La scarnificazione del rock'n'roll

Il mio amico Raffaele, uno dei miei spacciatori di musica preferiti, mi segnala e mi linka a un disco che è una bella botta dal passato. Vintage Vinos si chiama, non ne ho visto tracce in Italia dove credo nessuno lo abbia pubblicato, ed è una raccolta dai tre dischi solista di Keef Richards, più un brano inciso come benefit dopo l’allagamento di New Orleans, Hurricane. Non ascoltavo più questi brani da un ventennio, quando originariamente uscirono.
Allora, il 1988, i Rolling Stones sembravano morti e defunti (e male non sarebbe stato; con l’eccezione di qualche traccia rispettivamente su Steel Wheels e Voodoo Lounge una sequenza di dischi brutti e inutili e tour faraonici altrettanto inutili). Allora, dopo le immonde porcate di Undercover e Dirty Works – a quest’ultimo non era seguito manco un tour, il che voleva dire una cosa sola, nella logica stoniana: la band è morta – c’erano state altrettanto immonde porcate discografiche solista di Mick Jagger. Un brutto modo di chiudere una grande storia. Nel 1988, dal nulla, spuntò un disco, del Richards solista. Un titolo bellissimo, Talk is Cheap, una copertina altrettanto figa e dentro musica…. Che musica? Ai tempi non sapevo giudicarla, ma mi faceva strana impressione. Come se mancasse qualcosa all’insieme. Certo, mancava Mick Jagger a farne un disco degli Stones. Questo lo capii subito. Ma c’era di più in quel disco.
Adesso, vent’anni dopo, Talk is Cheap (e anche i brani ripresi dal seguente disco solo, Main Offender) vanno giù caldi e vitali come una buona sorsata di Jack Daniel's. Proprio come uno degli ultimi grandi dischi degli Stones, il sottovalutato ma splendido Black And Blue, Talk is Cheap non era un disco di canzoni. In Black and Blue, con l'eccezione della formidabile Memory Motel, c'era una giungla di riff che cercavano via d'uscita (si cercava anche il nuovo chitarrista degli Stones, in realtà). Come quel disco ma ancora di più, Talk is Cheap era la scarnificazione e la riduzione all’osso del concetto di rock’n’roll. Keef è sempre stato uomo del riff, questo si sapeva, ma in questo disco porta alle estreme conseguenze il concetto di riff chitarristico rock. Ben coadiuvato da quello straordinario genio di Steve Jordan, batterista immenso e co autore di tutto il disco, Talk is Cheap è un’orgia di sound puro e senza regole. Canzoni che si reggono sulla reiterazione di una frase singola portata avanti all’infinito; note secche e scartavetrate di chitarre; melodico senso della canzone che viene ricacciato indietro in attesa che spunti fuori da solo prima o poi.
E’ una festa, questo disco: rock stoniano del più sanguigno, pulsare funk più sincero di quello che Prince sia mai riuscito a concepire, vibrazioni caraibiche che fanno ballare nella sua tomba il re di Giamaica. Intimidazioni da crooner con un sentimento jazzy che non si sentiva da secoli, da quando Tin Pan Alley chiuse i battenti. E puranche passione hillbilly, come se la country music fosse stata codificata sulle tavole della legge di Mosè. Ci sono in giro sulla Rete delle tracce incise da Richards a fine anni 70 per un disco soliista mai uscito, riprese di standard della country music che fanno paura da quanto sono belle, peccato non siano mai uscite dai cassetti. Per buona misura, questo Vintage Vinos contiene anche una delle più straordinarie esecuzioni live del nostro, Too Rude, come se Joe Strummer fosse stato il leader dei Wailers. Una macchina da guerra, l'accoppiata Richards-Jordan, che mette a nascondere tutto quanto gli Stones hanno fatto dal vivo negli ultimi venti e più anni, da quando tornarono sulle scene con il loro karaoke della terza età.
Finendo in misericordia: la dolcezza di Hurricane è tutta l’anima di questo uomo straordinario, questo santo del rock’n’roll, questo custode della memoria, questo scolatore immondo di bottiglie di Jack Daniel's. Se solo gli Stones non fossero mai tornati insieme per davvero forse quel disco di musica country Keith lo avrebbe pubblicato per davvero.
La ballata del pendolare
C'è stato un tempo in cui facevo il pendolare settimanale. Non mi ero ancora staccato del tutto da Firenze e andavo e venivo da Milano tutti i fine settimana come un mezzo coglione. Adesso che sono un coglione intero e vivo all'ombra della madunina e ho un figlio che parla lumbard, mi piace ricordare quei tempi arditi con una "ballad" scritta.....
LA BALLATA DEL PENDOLARE
“Chi cazzo me l’avrà fatto fare di venire a lavorare a Milano per due lire in più……” pensavo mentre il treno espresso Milano-Pantelleria (eh oh, pagalo te tutte le settimane l'eurostar) partiva sbuffando dal binario 13 (e te pareva…) della megastazionecentralegalattica di Milàn.
Già sapevo cosa mi attendeva di lì a poco.
(E fu a Piacenza che scoppiò la prima bomba.... Bomba non Bomba-Antonello Venditti)
A Piacenza il primo assalto alla diligenza.
Preceduta dal clangore e dalle urla sguaiate e disperate modello esercito raffazzonato di William Wallace, un’orda di diseredati variopinti e senza tetto (e, soprattutto, senza biglietto) invade rumorosamente ogni interstizio libero della carrozza.
“Cumpà! Tiemme u’poshto….” “Giuvà! ‘ndoshtei?” “Ahhhhh….mò ce schiacciamme ‘nu pisolo” “Kwanda ruanda zuluka” “Zvezda ciurmia debresniev”……sono frasi che si sovrappongono sempre ad ogni salita, ogni venerdì sera, ogni ritorno.
(Siamo meridionaaaaaali....... Mimmo Cavallo)
Non ce l'ho con i meridionali per l'amordiddio solo che questo treno è LORO.
Negli occhi di tutti la voglia di casa e l’ansia della ripartenza del giorno dopo, uguale uguale ai permessini 36h dei militari. Ripartire per ricominciare una nuova settimana di lavoro in nero, dormendo in dodici in una baracca da sei.
Nelle voci e negli aliti la ruggine delle nebbie maldigerite e l’eco di spezie lontane.
Nelle tasche il vuoto, però con l’ultimo modello di telefonino.
Nei loro modi l’irruenza, la spasmodicità, l’impeto di chi sa che sta friggendo in padella ma non vuole restare fermo e cerca, saltellando a più non posso, di scottarsi un pò di meno.
A volte penso, tra resti di panini con la frittata e riviste da barbiere, che ho un culo enorme solo per il fatto di essere nato “altrove”.
A Parma, Rezzo, Modna, Bulagna gli altri assalti alla diligenza.
(è un mondo difficile.....Tonino Carotone)
Bologna è sempre la più dura. Bologna la dotta, Bologna la rossa. Ma anche Bologna dove il treno non entra in stazione ma passa, si ferma un attimo, e riparte alla voleè.
Una volta non entrava neanche uno spillo. Si sono appesi ai predellini di fuori. Dopo dieci minuti di treno immobilizzato è intervenuta (caricaaaa!) la polizia. Che ha disperso i manifestanti a manganellate con disprezzo del pericolo venghino siori e siori.
(police on my back .....i Clash)
Un’altra volta sono usciti i coltelli per un posto a sedere. Per un posto a sedere, cazzo.
(i will survive ....Gloria Gaynor)
“Ferrovie di merda. Ma lo sapete che il venerdì sera rientra verso Sud un milione di persone, cosa vi costa mettere qualche treno speciale in più? Lo fate per i tifosi che sfasciano tutto, non lo fate per chi davvero ha bisogno?” continuavo a pensare insieme a loro, schierato, ad ogni salita, ogni venerdì sera, ogni ritorno.
(Driving that train high on cocaine.........Casey Jones dei Grateful Dead)
Dopo Bologna non sale più (quasi) nessuno. E' il rientro vero e proprio.
Si dorme. Si dorme seduti gli uni sugli altri, sdraiati nei corridoi, appesi agli appoggiavaligie, in piedi come i cavalli. Col caldo col freddo col cazzo che si dorme.
Una volta un tizio mi ha confessato che anche a casa, talvolta, gli capita di addormentarsi in piedi davanti alla tv. Non che i programmi stimolino la veglia, ma tant’è. Sai com'è, l'abitudine.
(close your eyes and you will see......Sound Asleep dei Blondie)
Verso mezzanotte il treno entra silenzioso a FirenzeSantaMariaNovella
(e qua ci starebbe bene Pupo ma non ce la faccio dai non ce la faccio)
Con il suo carico di umanità a buon mercato, nenie alla ninodangelomariomerola (non menzionate gigidalessio che vi accoltellano per davvero), illusioni, rabbia e rancore, pessimismo e fastidio, puzza di piedi mista cipolle fritte che potrebbe essere brevettata.
Per scendere ingaggio quasi sempre un penoso incontro di sumo.
Ma ho almeno 15 minuti per vincerlo.
Spesso aiuto qualche ragazza e qualche anziano nella colluttazione con chi rimane sopra. Poi scendo assonnato, stanco, con la voglia del mio letto e della mia famiglia. Con tutti i link della mia vita extramilàn che, mentre percorro il lungobinario
(binarioooo....triste e solitario Claudio Villa)
mi trillano invadenti “allora icchesifà stasera, milanese?”, “oh grullo, icchettuvvòfa? La festa della Deborah con l'acca?”, “Stefano sei arrivato? Hai mangiato? La maglia di lana ce l’hai?” , “Stefano ciao, domani dobbiamo andare ai saldi, al mobilificio e poi a comprare qualcosa per le zie” “oh bellino! Lo sai quant’è che un tu' mi telefoni? Ma per chi m’hai presa, per la troia di turno?”, “oh razzo, stasera c’ho du'manze che un ci si ripiglia più!” .......
E io che penso che stasera, davvero, neanche se ci fosse la zetagions in persona.
(i'm on my wayyyyyy i'm on my waaaay home sweet hooooome dei Motley Crue).
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DiamondDog
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Storie
Quarant'anni di musica italiana
Sarà perché questo blog si chiama Sunday Morning e non Sabato Mattina che quasi mai si è parlato di musica italiana. Allora lo voglio fare io alla mia maniera, sfogliando l'album dei ricordi e aggiornando un vecchio post nel quale avevo elencato i trenta dischi italiani che ho più amato e ascoltato.
Finito il 2010 inizia un nuovo decennio e sono passati quasi 40 anni da quando ascolto musica. Ci sono esperienze che restano nitide e indelebili nella memoria, momenti di snodo in cui la propria esistenza prende una direzione ben definita. A me capitò giovanissimo quando con il mio motorino, andai al Festival della Gioventù (così si chiamavano allora): il mio primo concerto in assoluto. Quella sera decisi che avrei imparato a suonare. La musica italiana è stata il primo amore, poi abbandonato e infine parzialmente ritrovato. Sono cresciuto suonando De André, Lolli, De Gregori e Guccini e ascoltando gli Area. Poi la ventata new wave scombussolò tutte le coordinate degli anni '70 lasciando ben poco di interessante nel panorama italiano del decennio successivo, a parte le avanguardie solitamente ignorate dai media. Negli anni '90 mi sono riavvicinato gradualmente e ancor di più nel nuovo millennio con l'esplosione della rete che finalmente ha offerto a tutti la possibilità di conoscere e farsi conoscere.
Come criterio ho deciso di inserire non più di tre album dello stesso artista, altrimenti quelli di Faber sarebbero stati molti di più.
Come criterio ho deciso di inserire non più di tre album dello stesso artista, altrimenti quelli di Faber sarebbero stati molti di più.
Ovviamente si tratta di un elenco che non pretende di essere esaustivo, ma che riflette solo i miei gusti personali, che a parte alcuni punti fermi, sono mutati e si sono evoluti (qualche volta forse involuti) col passare del tempo.
Non al denaro, non all'amore nè al cielo - Fabrizio De André 1971
Aria - Alan Sorrenti 1972
Banco de Mutuo Soccorso - Omonimo 1972
Storia di un impiegato - Fabrizio De André 1973
Arbeit Macht Frei - Area 1973
Far finta di essere sani - Giorgio Gaber 1973
I buoni e i cattivi - Edoardo Bennato 1974
Anima latina - Lucio Battisti 1974
Rimmel - Francesco De Gregori 1975
Ho visto anche degli zingari felici - Claudio Lolli 1976
Via Paolo Fabbri 43 - Francesco Guccini 1976
Bufalo Bill - Francesco De Gregori 1976
MONOtono - Skiantos 1978
Sick Soundtrack - Gaznevada 1980
The Secrets Lies in Rhythm - Surprize 1982
Siberia - Diaframma 1984
Italyan, Rum Casusu Citki - Elio e le Storie Tese 1992
Daniele Silvestri - Omonimo 1994
Ust - Ustmamo 1996
Eat the phikis - Elio e le Storie Tese 1996
Anime Salve - Fabrizio De André 1996
La morte dei miracoli - Frankie HI-NRG 1997
Tabula Rasa Elettrificata - C.S.I. 1997
Lingo - Almamegretta 1998
Rospo - Quintorigo 1999
Verità supposte - Caparezza 2003
La malavita - Baustelle 2005
Controlli - Africa Unite 2006
Requiem - Verdena 2007
Amen - Baustelle 2008
Il marxista della CEI
Il mio sguardo è tarato, va sempre a chi è in fondo alla fila. Durante un'assemblea feci il mio intervento, che come al solito qualcuno ha scambiato per comizio politico: "Bisogna esaminare seriamente le situazioni degli emarginati, che il nostro sistema di vita ignora, persino coltiva. Anziani, handiccappati, tossicodipendenti, dimessi dal carcere e dagli ospedali psichiatrici: perché accrescere ulteriormente la folla dei nuovi poveri? Perché la società attuale risponde così poco a un’emarginazione clamorosa? Con gli ultimi e con gli emarginati potremo recuperare tutti un genere di vita diverso; demoliremo innanzitutto gli idoli che ci siamo costruiti: denaro, potere, consumo, spreco, tendenza a vivere al di sopra delle nostre possibilità. Riscopriremo i valori del bene comune, della tolleranza, della solidarietà, della giustizia sociale e della corresponsabilità.
A quel punto, nel salone, si alzò in piedi un giovane prete e urlò: “Basta venire qui a fare il marxista. Rispetti l’ambiente cattolico in cui si trova e opera!”.
Allora risposi: “Mi scuso molto, ho dimenticato di citare la fonte: La chiesa e le prospettive del Paese, documento del Consiglio Permanente della CEI, Roma, 23 ottobre 1981”.
(Tratto da "Come in terra, così in cielo", di Don Andrea Gallo, pagine 49/50)
Non c'entra molto con la musica, o forse sì, e comunque per oggi mi sembra un post molto adatto.
Buon Natale a tutti :)
A quel punto, nel salone, si alzò in piedi un giovane prete e urlò: “Basta venire qui a fare il marxista. Rispetti l’ambiente cattolico in cui si trova e opera!”.
Allora risposi: “Mi scuso molto, ho dimenticato di citare la fonte: La chiesa e le prospettive del Paese, documento del Consiglio Permanente della CEI, Roma, 23 ottobre 1981”.
(Tratto da "Come in terra, così in cielo", di Don Andrea Gallo, pagine 49/50)
Non c'entra molto con la musica, o forse sì, e comunque per oggi mi sembra un post molto adatto.
Buon Natale a tutti :)
Il "P.U.C."
Va molto di moda anche quest'anno, tra il popolo dei blog musicali, il "Pensiero Unico Certificato" (P.U.C.), che si basa su una generica condivisione acritica ben esemplificata dalla frase "siamo tutti d'accordo che...".
Usando quindi alcuni postulati (che non devono evidentemente neppure essere dimostrati) del P.U.C. uniti tra di loro dalle opportune congiunzioni e/o disgiunzioni subordinative o coordinative (quindi, dunque, nonostante, però, e, oppure, etc.) si possono scrivere millemila post che otterranno l'approvazione incondizionata ed entusiastica del 99,9% dei lettori del vostro blog.
E' con umile spirito di servizio che Vi offro dunque questo utile riassunto del P.U.C. ad uso e consumo dei bloggers.
I Led Zeppellin e i Pink Floyd sono mitici.
I Doors e i Rolling Stones sono leggendari.
Bob Dylan e Bruce Springsteen sono indiscutibili.
AC/DC e Deep Purple sono energetici e divertenti.
Eddie BanHalen e Jimi Hendrix hanno rivoluzionato la chitarra.
Ligabue, Jovanotti, Vasco Rossi e Pelù fanno schifo.
Lady Gaga fa gagare.
Gli italiani non sanno fare il rock, costituzionalmente.
I Boston, fanno schifo. Ma se piacciono a un vostro amico di blog, allora sono bravi.
I Kiss, fanno schifo. Ma se vi piacevano quando avevate 12 anni, allora sono bravi.
Tutto l'AOR/Hard/Heavy Metal, più è pacchiano e più è bello (soprattutto se vi piaceva quando avevate 12 anni).
Tutto quello che vi piaceva a 12 anni, è bello. Ma "oggettivamente" eh, e guai a chi pensa il contrario.
Se c'è il Jazz, c'è la classe.
Se vi piace e anche se non c'è il Jazz, è pop di classe.
Se c'è il Blues, ci sono le radici.
Se c'è il R'n'B, allora si può ballare.
It's only rock'n'roll but I like it.
La musica moderna fa schifo.
La musica elettronica fa schifo.
La musica dance fa schifo.
Se qualche musica moderna/elettronica/dance piace a voi, allora è bella.
I dischi in vinile suonano meglio dei cd.
I cd suonano meglio degli mp3.
I flac, non è bello sapere cosa sono.
E comunque, come la musica dal vivo non c'è niente.
Una canzone è bella se funziona con voce e chitarra.
La matematica è fredda e non ha nulla a che vedere con la musica.
La musica è emozione, non parlatemi di tecnica e tecnologia.
I sintetizzatori sono beceri.
Gli anni '60 sono mitici.
Gli anni '70 sono mitici.
Gli anni '80 hanno prodotto solo musica di plastica.
Gli altri anni non se ne parla proprio.
Gli arrangiamenti di archi rovinano le canzoni.
Gli arrangiamenti di ottoni rovinano le canzoni.
Gli arrangiamenti rovinano le canzoni.
Gli arrangiamenti di archi e ottoni di Burt Bacharach sono la quintessenza della "classe".
Se ci sono le chitarre è rock.
Se ci sono le chitarrone è hard rock.
Se ci sono le chitarrone turbo è heavy metal.
Il jazz rock è complicato da suonare, bisogna essere musicisti coi controcoglioni.
Il progressive è complicato da suonare, bisogna essere musicisti coi controcoglioni.
Il punk tre accordi e formi una band, non devi neanche sapere suonare.
Esempi:
I Doors e i Rolling Stones sono leggendari, invece gli italiani non sanno fare il rock, costituzionalmente.
Certo, se c'è il Blues, ci sono le radici, e infatti una canzone è bella se funziona con voce e chitarra.
Bob Dylan e Bruce Springsteen sono indiscutibili mentre Ligabue, Jovanotti, Vasco Rossi e Pelù fanno schifo.
Anzi, la musica moderna fa schifo: infatti, gli anni '60 sono mitici e gli anni '80 hanno prodotto solo musica di plastica.
I dischi in vinile suonano meglio dei cd: infatti, la matematica è fredda e non ha nulla a che vedere con la musica.
Perchè la musica è emozione, non parlatemi di tecnica e tecnologia: tutti sanno che gli arrangiamenti rovinano le canzoni
etc.
Usando quindi alcuni postulati (che non devono evidentemente neppure essere dimostrati) del P.U.C. uniti tra di loro dalle opportune congiunzioni e/o disgiunzioni subordinative o coordinative (quindi, dunque, nonostante, però, e, oppure, etc.) si possono scrivere millemila post che otterranno l'approvazione incondizionata ed entusiastica del 99,9% dei lettori del vostro blog.
E' con umile spirito di servizio che Vi offro dunque questo utile riassunto del P.U.C. ad uso e consumo dei bloggers.
I Led Zeppellin e i Pink Floyd sono mitici.
I Doors e i Rolling Stones sono leggendari.
Bob Dylan e Bruce Springsteen sono indiscutibili.
AC/DC e Deep Purple sono energetici e divertenti.
Eddie BanHalen e Jimi Hendrix hanno rivoluzionato la chitarra.
Ligabue, Jovanotti, Vasco Rossi e Pelù fanno schifo.
Lady Gaga fa gagare.
Gli italiani non sanno fare il rock, costituzionalmente.
I Boston, fanno schifo. Ma se piacciono a un vostro amico di blog, allora sono bravi.
I Kiss, fanno schifo. Ma se vi piacevano quando avevate 12 anni, allora sono bravi.
Tutto l'AOR/Hard/Heavy Metal, più è pacchiano e più è bello (soprattutto se vi piaceva quando avevate 12 anni).
Tutto quello che vi piaceva a 12 anni, è bello. Ma "oggettivamente" eh, e guai a chi pensa il contrario.
Se c'è il Jazz, c'è la classe.
Se vi piace e anche se non c'è il Jazz, è pop di classe.
Se c'è il Blues, ci sono le radici.
Se c'è il R'n'B, allora si può ballare.
It's only rock'n'roll but I like it.
La musica moderna fa schifo.
La musica elettronica fa schifo.
La musica dance fa schifo.
Se qualche musica moderna/elettronica/dance piace a voi, allora è bella.
I dischi in vinile suonano meglio dei cd.
I cd suonano meglio degli mp3.
I flac, non è bello sapere cosa sono.
E comunque, come la musica dal vivo non c'è niente.
Una canzone è bella se funziona con voce e chitarra.
La matematica è fredda e non ha nulla a che vedere con la musica.
La musica è emozione, non parlatemi di tecnica e tecnologia.
I sintetizzatori sono beceri.
Gli anni '60 sono mitici.
Gli anni '70 sono mitici.
Gli anni '80 hanno prodotto solo musica di plastica.
Gli altri anni non se ne parla proprio.
Gli arrangiamenti di archi rovinano le canzoni.
Gli arrangiamenti di ottoni rovinano le canzoni.
Gli arrangiamenti rovinano le canzoni.
Gli arrangiamenti di archi e ottoni di Burt Bacharach sono la quintessenza della "classe".
Se ci sono le chitarre è rock.
Se ci sono le chitarrone è hard rock.
Se ci sono le chitarrone turbo è heavy metal.
Il jazz rock è complicato da suonare, bisogna essere musicisti coi controcoglioni.
Il progressive è complicato da suonare, bisogna essere musicisti coi controcoglioni.
Il punk tre accordi e formi una band, non devi neanche sapere suonare.
Esempi:
I Doors e i Rolling Stones sono leggendari, invece gli italiani non sanno fare il rock, costituzionalmente.
Certo, se c'è il Blues, ci sono le radici, e infatti una canzone è bella se funziona con voce e chitarra.
Bob Dylan e Bruce Springsteen sono indiscutibili mentre Ligabue, Jovanotti, Vasco Rossi e Pelù fanno schifo.
Anzi, la musica moderna fa schifo: infatti, gli anni '60 sono mitici e gli anni '80 hanno prodotto solo musica di plastica.
I dischi in vinile suonano meglio dei cd: infatti, la matematica è fredda e non ha nulla a che vedere con la musica.
Perchè la musica è emozione, non parlatemi di tecnica e tecnologia: tutti sanno che gli arrangiamenti rovinano le canzoni
etc.
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Alessandro Limonta
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Storie
Kraftwerk - Autobahn (1974)
Leggendo una delle recenti traduzioni in italiano di Lester Bangs, mi sono imbattuto in una sagace intervista a Hutter & Schneider in cui il giornalista da un lato li prendeva sul serio con domande ben poste e perchè no, sensate, mentre nelle sue riflessioni personali li osservava quasi con scherno e diffidenza. Era comprensibile che lo spirito guascone e genuinamente spericolato di Bangs andasse a cozzare senza remore sul muro di rigore e inflessibilità dei teutonici, ma nonostante tutto, grazie anche ad una possibile sobrietà del momento, l'intervista fu appassionata ed interessantissima.Ora, credo che diversi milioni di persone abbiano sentito il refrain principale di Autobahn, che aprì ai Kraftwerk le porte della popolarità persino oltre oceano. Vuoi frutto della novità che gli ancor giovani sintetizzatori portavano alla musica, vuoi risultato di un azzeccato ed accessibile motivo melodico, vuoi metafora della modernizzazione che gli anni '70 portavano in dote, forse la somma di tutti e tre. Fattosta che la stagione gloriosissima della musica tedesca di quegli anni si meritava un po' di visibilità, vista l'azione innovativa che diversi agitatori stavano diffondendo in rapida successione. Mentre Can, Neu!, Faust, Tangerine Dream, Popol Vuh ed altri rivoluzionavano e creavano avanguardie di diverse fatture, i Kraftwerk cercavano una loro identità, non senza fatica.
Una volta tanto sfato il mio mito personale che generalmente smonta i prodotti più commerciali nella fase di un artista. I dischi precedenti ad Autobahn non erano malvagi, ma risentivano di indecisione e scarsa omogeneità. La title-track, lunga quasi 23 minuti, giunse pertanto come un ancora di salvataggio, specialmente in senso artistico. Una progressione irresistibile di tastiere elettroniche, beat digitale e voci disincantate (non proprio eccelse ma perfette nel contesto) occupa i primi 4 minuti. Seguono poi in successione le diverse fasi della suite: una "naturistica" con chitarrine, violoncello, flautino, un'involuzione meccanica tetra e minacciosa, una mistica corale, una solenne con il celebre motorik sotto (non bisogna dimenticare che qualche anno prima i Neu! avevano fatto parte della formazione!), tutte contrassegnate dal comune denominatore del ritornello che fa capolino, sornione e smaliziato.
L'altra facciata del vinile vive di fasi alterne. Kometenmelodie 1 è una scura divagazione senza meta, mentre la 2 torna alla luminosità di Autobahn con un insistente incastro di tastierine. Mitternacht è la loro ambientazione cavernosa, fatta di scansioni percussive glaciali, tetri organi a canne e geyser intermittenti.
Un cinguettio elettronico (!) segna l'inizio dell'altro vertice del disco, la pastorale ed umanissima Morgenspaziergang. Si esce dalla centrale elettrica, si spengono le luci perchè è l'alba. Prima un flautino, poi un arpa, infine chitarrine e piano intonano un giro rilassante e contemplativo, fino al fading out che lascia sazi e contenti di questo disco multi-atmosferico.
Da allora Hutter & Schneider replicheranno più volte quel successo con altri hits del genere, ma i loro standard si abbasseranno progressivamente. Per cui, ritengo che Autobahn sia il loro miglior disco in quanto media equilibratissima fra scarse velleità avanguardistico/sperimentali e ottime potenzialità compositive / pop.
Sea Song - Robert Wyatt
Robert Wyatt, batterista cantante leader e fondatore dei Soft machine, storico gruppo del jazz-rock-progressive inglese, abbandona la sua innovativa creatura dopo appena 3 album. Pubblica un album solista "The end of an ear" considerato dalla critica un capolavoro del progressive e poi fonda un altro gruppo i "Matching mole" (gioco di parole sulla traduzione in francese di soft machine "molle machine"). Nel 1973 durante un party molto movimentato precipita dal 3° piano di un appartamento, sopravvive, ma riporta una paralisi permanente agli arti inferiori.
Questo incidente lo segnerà nella vita e nel prosieguo della sua carriera di musicista.
Da questo momento lascerà ovviamente la batteria di cui era considerato un maestro, per dedicarsi al canto ed alla composizione. I suoi strumenti d'elezione diventeranno la voce e le tastiere.
Nel 1974 pubblica un album che si intitola "Rock bottom", un manifesto della rinascita, dell'uscita dalla malattia, metaforicamente anche dalla menomazione, un ripensamento e riposizionamento artistico ed esistenziale.
Questo disco rappresenta e richiede anche all'ascoltatore un cambio di prospettiva radicale. Lo esige e lo merita.
Ho cominciato a scrivere volendo parlare di una canzone "Sea song" e mi rendo che è arduo perchè, facendo parte di un concept album ambizioso e difficile, è come prendere una frase di un grande scrittore e decontestualizzarla dal suo contesto.
Sea song è la canzone che apre il disco. E' strana, ha una melodia sghemba, che all'inizio, ai primi ascolti, ricordo che non riuscii a cogliere nella sua profonda bellezza.
Ci vuole umiltà per capirla ed apprezzarla, bisogna un po' abbandonare i propri schemi, rimettersi in discussione. Wyatt usa la metafora del mare, dell'acqua, per raccontare il suo viaggio esistenziale alla ricerca delle radici sue, della musica, e della vita.
Già l'acqua dalla quale nasciamo individualmente nel ventre materno, nasciamo come specie, come vita sulla terra. Questo album, e la canzone che ne prendo a simbolo, è il racconto di tutto questo. L'acqua come luogo dove i movimenti ed i suoni sono diversi da quelli della terra ferma, l'acqua come luogo dove cercare il significato vero, ultimo delle cose superando per sempre la gabbia-dialettica significato-significante.
Morte e resurrezione, capire che l'importante è essere ciò che si è realmente e non ciò che ci è permesso d'essere. Recuperare la propria poliedricità, siamo umani e siamo composti da livelli multipli eppure spesso, se non quando ci troviamo davanti alla menomazione, alla malattia, sembra che ci accontentiamo di vivere come uomini ad una dimensione. Wyatt declina la propria disavventura umana, la sua realtà di invalido, rapportandola alla vita di tutti, la sua uscita dal tunnel diventa traccia per tutti di crescita esistenziale. Parallelamente spoglia la musica dai conformismi, dalle convenzioni dagli abbellimenti che spesso sono solo vuoto formalismo e va a recuperare le coordinate essenziali della melodia, la semplicità dello strumento voce; gli stessi testi vengono progressivamente destrutturati, le parole perdono il loro significante per recuperare il significato primigenio del suono, senza tempo, senza spazio, senza barriere linguistiche.
Questo incidente lo segnerà nella vita e nel prosieguo della sua carriera di musicista.
Da questo momento lascerà ovviamente la batteria di cui era considerato un maestro, per dedicarsi al canto ed alla composizione. I suoi strumenti d'elezione diventeranno la voce e le tastiere.
Nel 1974 pubblica un album che si intitola "Rock bottom", un manifesto della rinascita, dell'uscita dalla malattia, metaforicamente anche dalla menomazione, un ripensamento e riposizionamento artistico ed esistenziale.
Questo disco rappresenta e richiede anche all'ascoltatore un cambio di prospettiva radicale. Lo esige e lo merita.
Ho cominciato a scrivere volendo parlare di una canzone "Sea song" e mi rendo che è arduo perchè, facendo parte di un concept album ambizioso e difficile, è come prendere una frase di un grande scrittore e decontestualizzarla dal suo contesto.
Sea song è la canzone che apre il disco. E' strana, ha una melodia sghemba, che all'inizio, ai primi ascolti, ricordo che non riuscii a cogliere nella sua profonda bellezza.
Ci vuole umiltà per capirla ed apprezzarla, bisogna un po' abbandonare i propri schemi, rimettersi in discussione. Wyatt usa la metafora del mare, dell'acqua, per raccontare il suo viaggio esistenziale alla ricerca delle radici sue, della musica, e della vita.
Già l'acqua dalla quale nasciamo individualmente nel ventre materno, nasciamo come specie, come vita sulla terra. Questo album, e la canzone che ne prendo a simbolo, è il racconto di tutto questo. L'acqua come luogo dove i movimenti ed i suoni sono diversi da quelli della terra ferma, l'acqua come luogo dove cercare il significato vero, ultimo delle cose superando per sempre la gabbia-dialettica significato-significante.
Morte e resurrezione, capire che l'importante è essere ciò che si è realmente e non ciò che ci è permesso d'essere. Recuperare la propria poliedricità, siamo umani e siamo composti da livelli multipli eppure spesso, se non quando ci troviamo davanti alla menomazione, alla malattia, sembra che ci accontentiamo di vivere come uomini ad una dimensione. Wyatt declina la propria disavventura umana, la sua realtà di invalido, rapportandola alla vita di tutti, la sua uscita dal tunnel diventa traccia per tutti di crescita esistenziale. Parallelamente spoglia la musica dai conformismi, dalle convenzioni dagli abbellimenti che spesso sono solo vuoto formalismo e va a recuperare le coordinate essenziali della melodia, la semplicità dello strumento voce; gli stessi testi vengono progressivamente destrutturati, le parole perdono il loro significante per recuperare il significato primigenio del suono, senza tempo, senza spazio, senza barriere linguistiche.



