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Rockgarage, la Fanzine e la playlist da Youtube
Setacciando il "tubo" (come dice l'amico Paolo Cesaretti della fanzine Free), ho trovato un po' di video creati e caricati dedicati ai musicisti pubblicati come allegato sonoro alla fanzine Rockgarage.
Una delle menti di Rockgarage è Marco Pandin e qui nel blog trovate un pò di materiale su di lui.
I video sono semplici e in pieno spirito "fai da te" o DIY (do it yourself), che poi vuole dire la stessa cosa.
Musica underground direttamente dagli anni'80 italiani.
Così mi è sembrata una buona occasione per ascoltare qualche brano da Rockgarage e allora ho preparato una playlist, eccola:
E ovviamente grazie a chi ha caricato questi video.
Una delle menti di Rockgarage è Marco Pandin e qui nel blog trovate un pò di materiale su di lui.
I video sono semplici e in pieno spirito "fai da te" o DIY (do it yourself), che poi vuole dire la stessa cosa.
Musica underground direttamente dagli anni'80 italiani.
Così mi è sembrata una buona occasione per ascoltare qualche brano da Rockgarage e allora ho preparato una playlist, eccola:
E ovviamente grazie a chi ha caricato questi video.
Don't Stop - Fleetwood Mac

Quando ragazzo che ancora andava alle medie compravo Ciao2001 pensavo, leggendo le classifiche oltreoceano di vendita dei dischi, che ci fosse un errore.
Non era infatti possibile che tutti i mesi sempre ci fosse questo sconociuto "Rumours" di certi altrettanto sconociuti Fleetwood Mac sempre al numero 1 negli USA.
Quanto vi rimase? E chi lo sa, non mi ricordo, ma per moltissimo tempo.(Immagino che basti guardare su google per saperlo).
Le radio lo trasmettevano, avevo cominciato a cercarlo con la manopola della sintonizzazione e scoprii che la sigla di una delle mie tramissioni preferite su una radio locale era un pezzo dei Fleetwood da Rumours: Never Going Back Again.
Ricordo quando ho sentito per la prima volta "Don't Stop", ricordo l'effetto trascinante e piacevole di quella canzone: bellissima.
L'autrice della canzone è Christine Mc Vie e la canzone parla della vita, delle sue difficoltà. Dice delle cose semplici, che il tempo passa, che le persone cambiano, cambiano i sentimenti, finiscono amori e unioni, ma non ci si deve arrendere quando ci si sente sconfitti, dice che c'è sempre la possibilità di ricominciare, di avere una nuova vita anche migliore, basta non perdersi d'animo e non fermarsi a piangere il tempo passato.
Ecco il testo:
If you wake up and don't want to smile,
If it takes just a little while,
Open your eyes and look at the day,
You'll see things in a different way.
Don't stop, thinking about tomorrow,
Don't stop, it'll soon be here,
It'll be, better than before,
Yesterday's gone, yesterday's gone.
Why not think about times to come,
And not about the things that you've done,
If your life was bad to you,
Just think what tomorrow will do.
Don't stop, thinking about tomorrow,
Don't stop, it'll soon be here,
It'll be, better than before,
Yesterday's gone, yesterday's gone.
All I want is to see you smile,
If it takes just a little while,
I know you don't believe that it's true,
I never meant any harm to you.
Don't stop, thinking about tomorrow,
Don't stop, it'll soon be here,
It'll be, better than before,
Yesterday's gone, yesterday's gone.
Don't you look back,
Don't you look back.
Dimenticavo l'album è del 1977, ed il video sotto è del 1997...e a parte una gran quantià di chirurgia plastica sembrano una band di ragazzini tanto si stanno divertendo.
Buon divertimento. Dedicato a tutti quelli che non si arrendono ed in particolare ad Alessandro.
Non era infatti possibile che tutti i mesi sempre ci fosse questo sconociuto "Rumours" di certi altrettanto sconociuti Fleetwood Mac sempre al numero 1 negli USA.
Quanto vi rimase? E chi lo sa, non mi ricordo, ma per moltissimo tempo.(Immagino che basti guardare su google per saperlo).
Le radio lo trasmettevano, avevo cominciato a cercarlo con la manopola della sintonizzazione e scoprii che la sigla di una delle mie tramissioni preferite su una radio locale era un pezzo dei Fleetwood da Rumours: Never Going Back Again.
Ricordo quando ho sentito per la prima volta "Don't Stop", ricordo l'effetto trascinante e piacevole di quella canzone: bellissima.
L'autrice della canzone è Christine Mc Vie e la canzone parla della vita, delle sue difficoltà. Dice delle cose semplici, che il tempo passa, che le persone cambiano, cambiano i sentimenti, finiscono amori e unioni, ma non ci si deve arrendere quando ci si sente sconfitti, dice che c'è sempre la possibilità di ricominciare, di avere una nuova vita anche migliore, basta non perdersi d'animo e non fermarsi a piangere il tempo passato.
Ecco il testo:
If you wake up and don't want to smile,
If it takes just a little while,
Open your eyes and look at the day,
You'll see things in a different way.
Don't stop, thinking about tomorrow,
Don't stop, it'll soon be here,
It'll be, better than before,
Yesterday's gone, yesterday's gone.
Why not think about times to come,
And not about the things that you've done,
If your life was bad to you,
Just think what tomorrow will do.
Don't stop, thinking about tomorrow,
Don't stop, it'll soon be here,
It'll be, better than before,
Yesterday's gone, yesterday's gone.
All I want is to see you smile,
If it takes just a little while,
I know you don't believe that it's true,
I never meant any harm to you.
Don't stop, thinking about tomorrow,
Don't stop, it'll soon be here,
It'll be, better than before,
Yesterday's gone, yesterday's gone.
Don't you look back,
Don't you look back.
Dimenticavo l'album è del 1977, ed il video sotto è del 1997...e a parte una gran quantià di chirurgia plastica sembrano una band di ragazzini tanto si stanno divertendo.
Buon divertimento. Dedicato a tutti quelli che non si arrendono ed in particolare ad Alessandro.
Poster e Artworks: Rick Griffin
I Man, gruppo scozzese degli anni settanta, ebbero quasi più successo negli Stati Uniti grazie al loro sound che fondeva rock, blues, psichedelia e west coast. Nell'album Slow Motion (1974) la copertina ritraeva originariamente il celebre personaggio Alfred E. Newman star del magazine Mad. La rivista si oppose e la band dovette cedere nel far uscire la copertina ritoccata, mostrante solo una parte del disegno originale. Il disegno è dell'artista psichedelico californiano Rick Griffin, famoso per gli artworks di Quicksilver Messenger Service e Grateful Dead, fra cui la celeberrima copertina di Aoxomoxoa, terzo album della band di Jerry Garcia.
Hanno fatto storia i suoi posters realizzati per i concerti nell'età d'oro della psichedelia. Eccone un paio: Frank Zappa and Alice Cooper insieme: Original Concert Poster Cal State Fullerton, 1968. Bello anche questo per i Doors.
Rick Griffin è morto nel 1991 in California in un incidente motociclistico all'età di 47 anni.
Rick Griffin è morto nel 1991 in California in un incidente motociclistico all'età di 47 anni.
Le Luci Della Centrale Elettrica - Live in Bronson, 22-01
(immagine di repertorio)Un bel pienone al Bronson, sabato scorso, per il live di Vasco Brondi. Una data-snodo abbastanza importante per l'economia del locale, che continua ad essere IL posto della musica indie-alternative (per dirla alla vecchia maniera) dal vivo in Romagna.
Innanzitutto, la formazione. Canali ha lasciato il ragazzo libero dopo aver compiuto la sua missione di pigmalione, e sul palco sono in 4. C'è un batterista/percussionista/effettista che suona in piedi (ero un po' lontano dal palco e non ho potuto verificare se avesse dei pad o pelli reali) ed interviene a rinforzare i momenti per così dire topici, c'è un chitarrista elettrico di rinforzo spinale ma che resta abbastanza discreto, e soprattutto c'è un fantastico D'Erasmo al violino. L'Afterhours catalizza le attenzioni strumentali in lungo ed in largo, col suo stile creativo ed istrionico, che non è fatto certo di virtuosismi ma di ricerca sonora e sottolineature intelligentissime. Un ruolo, per restare in tema di gruppi visti di recente, simile a quello di Pilìa nei Massimo Volume. Ricordo in particolare un lungo drone distorto, al termine di ahimè non ricordo quale pezzo, da far venire i brividi alla schiena, in quel particolare contesto.
Brondi appare in ottima forma, modesto ed essenziale, al vertice arretrato del semitondo con cui si dispone il quartetto. Scorre tutto Per ora noi la chiameremo felicità, ed ovviamente una buona metà di Spiaggia deturpata. L'impianto strumentale punteggia le sue canzoni con sapienza, il ruggito è impeccabile e il trasporto emotivo come da copione.
Quindi? Oddio, mi sento antipatico da solo al pensiero tendenzioso che mi assale. Intendiamoci, io sono uno di quelli che è rimasto folgorato all'ascolto del famoso Demo del 2007, e sto apprezzando tanto anche il nuovo. Lo trovo autentico cantore dei giorni nostri, e come lessi in un blog tempo fa, sarebbe stato un sogno meraviglioso vederlo ospite in Vieni via con me di Saviano, al posto di uno qualsiasi di tutti quei vecchi tromboni che hanno invitato.
Ma trovo che Vasco a questo punto debba cercare di re-inventarsi un po' musicalmente, perchè la sua formula con un terzo album di questo genere potrebbe mostrare la corda, e temo che finirei solo per leggere le parole e disinteressarmi di quelle scarne canzoni sempre preziose ma troppo simili a sè stesse con quegli accordi minori, che neanche un supporto valido come l'attuale può evitare di far scadere nel ripetitivo.
Pretenderei troppo?
Innanzitutto, la formazione. Canali ha lasciato il ragazzo libero dopo aver compiuto la sua missione di pigmalione, e sul palco sono in 4. C'è un batterista/percussionista/effettista che suona in piedi (ero un po' lontano dal palco e non ho potuto verificare se avesse dei pad o pelli reali) ed interviene a rinforzare i momenti per così dire topici, c'è un chitarrista elettrico di rinforzo spinale ma che resta abbastanza discreto, e soprattutto c'è un fantastico D'Erasmo al violino. L'Afterhours catalizza le attenzioni strumentali in lungo ed in largo, col suo stile creativo ed istrionico, che non è fatto certo di virtuosismi ma di ricerca sonora e sottolineature intelligentissime. Un ruolo, per restare in tema di gruppi visti di recente, simile a quello di Pilìa nei Massimo Volume. Ricordo in particolare un lungo drone distorto, al termine di ahimè non ricordo quale pezzo, da far venire i brividi alla schiena, in quel particolare contesto.
Brondi appare in ottima forma, modesto ed essenziale, al vertice arretrato del semitondo con cui si dispone il quartetto. Scorre tutto Per ora noi la chiameremo felicità, ed ovviamente una buona metà di Spiaggia deturpata. L'impianto strumentale punteggia le sue canzoni con sapienza, il ruggito è impeccabile e il trasporto emotivo come da copione.
Quindi? Oddio, mi sento antipatico da solo al pensiero tendenzioso che mi assale. Intendiamoci, io sono uno di quelli che è rimasto folgorato all'ascolto del famoso Demo del 2007, e sto apprezzando tanto anche il nuovo. Lo trovo autentico cantore dei giorni nostri, e come lessi in un blog tempo fa, sarebbe stato un sogno meraviglioso vederlo ospite in Vieni via con me di Saviano, al posto di uno qualsiasi di tutti quei vecchi tromboni che hanno invitato.
Ma trovo che Vasco a questo punto debba cercare di re-inventarsi un po' musicalmente, perchè la sua formula con un terzo album di questo genere potrebbe mostrare la corda, e temo che finirei solo per leggere le parole e disinteressarmi di quelle scarne canzoni sempre preziose ma troppo simili a sè stesse con quegli accordi minori, che neanche un supporto valido come l'attuale può evitare di far scadere nel ripetitivo.
Pretenderei troppo?
Jerry Garcia per 3 miseri euro
Verso la metà dello scorso Novembre sono stato in compagnia di un paio d'amici ad un mercatino dei dischi. Da tempo avevo promesso d'accompagnarli, visto che non c'erano mai stati. Arriviamo poco dopo l'apertura, però prima di entrare ci si beve un caffettino e poi giù nell'underground, nel senso letterale del termine perché la mostra mercato era proprio sotto l'edificio della fiera.
Dopo che gli amici hanno capito come è organizzata tutta la faccenda dei venditori di dischi, ci siamo separati e un po' svogliatamente me ne sono andato a zonzo. Forse mi seccava pagare un biglietto per entrare, forse perché non mi piace vedere vinili a prezzi d'alta quota (che scoperta, eh?). Insomma continuavo a camminare e a guardare, poi fra un banco e un altro trovo un tipo che vende decine e decine di libri di musica, tutti usati e pressoché in buon stato. La maggior parte erano biografie, alcune veramente insulse e patinate. Però non demordo e proseguo la ricerca perché ho sempre in testa di trovare qualche libretto "che non si sa mai ...".
Muovi quello libro, sposta quest'altra pubblicazione, sfoglia distrattamente quell'altro e intanto i miei polpastrelli si impolveravano. Poi sotto sotto trovo:
Il venditore mi ringrazia pure due volte, sia per il libro che per le monete "giuste giuste".
A casa ho iniziato a leggerlo un po' alla volta, la lettura è scorrevole e alla fine me la sono passata via bene. L'autore è sicuramente un estimatore e conoscitore profondo di Garcia e dei Dead. Non fa l'errore di scrivere un saggio critico ma "fa parlare" Jerry Garcia. Infatti Franco Bolelli ha selezionato interviste, anedotti e dichiarazioni del chitarrista che ne fanno una sorta di autoritratto a tutto tondo.
I temi vanno dalle canzoni e ai dischi dei Grateful Dead, a Bob Dylan, alla sua filosofia di vita, alle droghe e ad alcuni eventi importanti del periodo Sixties (Woodstock, la Summer of Love, Altamont). Gli argomenti sono trattati con un filo logico e delineano la fotografia di un grande personaggio della cultura alternativa.
Ovviamente non poteva mancare una discografia consigliata e qualche pagina dedicata ai bootleg, ai video e ai libri di e su Jerry Garcia.
Ripeto, veramente piacevole da leggere. Il libro, purtroppo, è fuori catalogo.
Jerry Garcia
Riflessioni e illuminazioni della chitarra magica dei Grateful Dead
a cura di Franco Bollelli, Castelvecchi, Settembre 1996.
Dopo che gli amici hanno capito come è organizzata tutta la faccenda dei venditori di dischi, ci siamo separati e un po' svogliatamente me ne sono andato a zonzo. Forse mi seccava pagare un biglietto per entrare, forse perché non mi piace vedere vinili a prezzi d'alta quota (che scoperta, eh?). Insomma continuavo a camminare e a guardare, poi fra un banco e un altro trovo un tipo che vende decine e decine di libri di musica, tutti usati e pressoché in buon stato. La maggior parte erano biografie, alcune veramente insulse e patinate. Però non demordo e proseguo la ricerca perché ho sempre in testa di trovare qualche libretto "che non si sa mai ...".
Muovi quello libro, sposta quest'altra pubblicazione, sfoglia distrattamente quell'altro e intanto i miei polpastrelli si impolveravano. Poi sotto sotto trovo:
"Jerry Garcia - riflessioni e illuminazioni della chitarra magica dei Grateful Dead".
Mi fermo, lo sfoglio, leggo con attenzione l'indice e guardo il prezzo: tre miseri euri. Non sono un grande appassionato dei Grateful Dead, però ho quei tre dischi psichedelici degli anni '60 che li resero famosi: "Anthem of the sun", "Aoxomoxoa" e "Live/Dead". In fondo Jerry e i Dead sono stati i protagonisti di un periodo della musica USA che mi piace, la cosidetta Summer of Love. E quindi non me la sono sentita di lasciare il buon Jerry sepolto da libri non proprio affini a lui o meglio a me. Non ci ragiono su oltre, lo prendo!Il venditore mi ringrazia pure due volte, sia per il libro che per le monete "giuste giuste".
A casa ho iniziato a leggerlo un po' alla volta, la lettura è scorrevole e alla fine me la sono passata via bene. L'autore è sicuramente un estimatore e conoscitore profondo di Garcia e dei Dead. Non fa l'errore di scrivere un saggio critico ma "fa parlare" Jerry Garcia. Infatti Franco Bolelli ha selezionato interviste, anedotti e dichiarazioni del chitarrista che ne fanno una sorta di autoritratto a tutto tondo.
I temi vanno dalle canzoni e ai dischi dei Grateful Dead, a Bob Dylan, alla sua filosofia di vita, alle droghe e ad alcuni eventi importanti del periodo Sixties (Woodstock, la Summer of Love, Altamont). Gli argomenti sono trattati con un filo logico e delineano la fotografia di un grande personaggio della cultura alternativa.
Ovviamente non poteva mancare una discografia consigliata e qualche pagina dedicata ai bootleg, ai video e ai libri di e su Jerry Garcia.
Ripeto, veramente piacevole da leggere. Il libro, purtroppo, è fuori catalogo.
Jerry Garcia
Riflessioni e illuminazioni della chitarra magica dei Grateful Dead
a cura di Franco Bollelli, Castelvecchi, Settembre 1996.
Dedicato a Diego "Dick's Picks" F.
"Parental Guidance: Explicit Lyrics"

"Contro chi ci ribelleremo, adesso che non abbiamo più niente contro cui ribellarci?"
(Paul Williams)
Non mi viene davvero niente da aggiungere, così rispalmo qui il pezzo come l'ho trovato. La dàve non arrivò il Parents Music Resource Center....
Era una canzone davvero brutta, in effetti.
Money for Nothing dei Dire Straits censurata dalle radio canadesi
Slang giudicato omofobo nel testo della canzone
Ventisei anni dopo la sua pubblicazione, l’autorità garante per la radiofonia canadese ha deciso di proibire la messa in onda di Money for Nothing, classico dei Dire Straits. Il motivo è da imputarsi alla presenza ripetuta tre volte della parola “faggot”, termine dispregiativo per indicare un omosessuale, nella versione completa non editata. La Canadian Broadcast Standards Council (CBSC) ha preso la decisione la scorsa settimana dopo aver ricevuto un reclamo da un ascoltatore di Terranova che si appellava alle clausole sui diritti civili contenute nel codice etico della Canadian Association of Broadcasters.
Guy Fletcher, tastierista dei Dire Straits, ha fatto notare che di questo passo l’autorità dovrebbe censurare il 75% di tutti i dischi; inoltre ha sottolineato che la canzone fa uso di linguaggio comune di strada e la parola è usata da un personaggio presente nella canzone, e non è quindi espressione del pensiero dell’autore.
Ovviamente la decisione ha scatenato le proteste dei fan dei Dire Straits che stanno inviando petizioni alla CBSC. Anche alcune stazioni radio canadesi hanno protestato contro il provvedimento suonando la versione integrale di continuo per un’ora.
Ma se la canzone va proibita perché “faggot” è una parola che oggi non si usa più e non è politicamente corretta, quante canzoni si dovrebbero censurare per i termini dispregiativi usati per definire le donne da chi interpreta il testo, e non per riportare il pensiero di un personaggio fittizio? Oppure “bitch”, “ho”, “slut” fanno ancora parte del linguaggio comune contemporaneo? La risposta è sì, soprattutto in ambito hip hop e rock. Se il criterio fosse esteso come dovrebbe, le playlist delle radio sarebbero intervallate da lunghe pause di silenzio.
Un milione di album
What.cd, nato nel 2007, ha da poco festeggiato il milionesimo torrent. Stiamo parlando di un tracker per scaricare musica (molti già lo conosceranno) che vanta 5 milioni di utenti, 3500 richieste al secondo e che nel suo archivio ha a disposizione circa 350.000 artisti. Si potrà ancora definire pirateria, ma mi pare che la questione abbia raggiunto una dimensione e una complessità tali per cui i governi e le major invece di escogitare improbabili strategie repressive come quelle introdotte di recente in Francia, avrebbero dovuto cercare di capire fenomeni di tale portata. A tal fine una lettura molto interessante di cui ho già parlato sei mesi fa è Punk capitalismo (come e perché la pirateria crea innovazione) di Matt Mason.
Secondo i responsabili, gli utenti di What.cd non sono pirati occasionali ma fanatici della musica che pensano realmente ad essa come forma d'arte e quindi sono interessati dalla qualità, non a scaricare i top brani del momento. Sempre secondo i responsabili del sito, per questi audiofili non ci sono negozi di download legale che offrono la stessa qualità del materiale presente su What.cd e i prezzi sono proibitivi per costruire una collezione sufficientemente ampia, così confluiscono nel sito formando la spina dorsale della comunità. (jBlogP2P)
La regola che vige in questo tipo di comunità è do ut des: i vampiri succhiatori (leech) hanno vita breve. Sempre ottima inoltre la qualità dei brani. (mp3, flac, AAC).
La fine della musica? Da anni c'è chi lo annuncia solennemente. Io non credo, forse solo la pietra tombale sulla musica a pagamento così come è stata concepita per mezzo secolo.
Il rischio bulimia è in agguato, ma come sempre in tutte le cose è una questione di scelte, di gusti e di senso della misura. Il fatto che io sia goloso e che abbia sempre libero accesso alla migliore pasticceria della città non significa che tutti i giorni debba fare indigestione di dolci (a parte l'inevitabile abbuffata iniziale).
Concludo aggiungendo che un vero amante della musica, qualsiasi fonte download utilizzi nel web, dovrebbe mantenere un minimo di etica, continuando a comprare ciò che lo entusiasma come segno di riconoscenza nei confronti di quegli artisti che rendono migliori le sue giornate grazie alla musica. Confesso che per me è impossibile rinunciare al piacere di scartare ogni tanto un nuovo cd.
Conosco un sacco di artisti che hanno fatto dischi senza le case discografiche, ma non conosco nessuna casa discografica che ha fatto dischi senza gli artisti. DJ Jazzy Jeff
Secondo i responsabili, gli utenti di What.cd non sono pirati occasionali ma fanatici della musica che pensano realmente ad essa come forma d'arte e quindi sono interessati dalla qualità, non a scaricare i top brani del momento. Sempre secondo i responsabili del sito, per questi audiofili non ci sono negozi di download legale che offrono la stessa qualità del materiale presente su What.cd e i prezzi sono proibitivi per costruire una collezione sufficientemente ampia, così confluiscono nel sito formando la spina dorsale della comunità. (jBlogP2P)
La regola che vige in questo tipo di comunità è do ut des: i vampiri succhiatori (leech) hanno vita breve. Sempre ottima inoltre la qualità dei brani. (mp3, flac, AAC).
La fine della musica? Da anni c'è chi lo annuncia solennemente. Io non credo, forse solo la pietra tombale sulla musica a pagamento così come è stata concepita per mezzo secolo.
Il rischio bulimia è in agguato, ma come sempre in tutte le cose è una questione di scelte, di gusti e di senso della misura. Il fatto che io sia goloso e che abbia sempre libero accesso alla migliore pasticceria della città non significa che tutti i giorni debba fare indigestione di dolci (a parte l'inevitabile abbuffata iniziale).
Concludo aggiungendo che un vero amante della musica, qualsiasi fonte download utilizzi nel web, dovrebbe mantenere un minimo di etica, continuando a comprare ciò che lo entusiasma come segno di riconoscenza nei confronti di quegli artisti che rendono migliori le sue giornate grazie alla musica. Confesso che per me è impossibile rinunciare al piacere di scartare ogni tanto un nuovo cd.
Conosco un sacco di artisti che hanno fatto dischi senza le case discografiche, ma non conosco nessuna casa discografica che ha fatto dischi senza gli artisti. DJ Jazzy Jeff
Greil Marcus - Mystery Train. Visioni d'America nel Rock
Libro consigliato da Paolo Vites nella discussione relativa al post sui 40 anni di musica italiana.
Letto e non piaciuto, nonostante il brillante lavoro di traduzione.[1]
Non mi è piaciuto perchè l'ho trovato poco interessante, meglio: è scritto con un'impostazione critica che in questo momento mi interessa davvero poco.
Wikipedia (versione inglese) di questo libro dice: "Il suo libro del 1975, "Mystery Train", ridefinì i parametri della critica della musica rock. Il libro piazza il rock and roll nel contesto degli archetipi culturali Americani, da Moby Dick al Grande Gatsby a Stagger Lee."
Ed è proprio questo il problema: Marcus parla dei testi delle canzoni, mettendoli a confronto con le opere letterarie che definiscono la "cultura americana".
E' un libro in cui si parla fondamentalmente dei testi delle canzoni, e a me interessa la musica.
E' un libro che dovrebbe quindi piacere a parecchi di quelli che girano qui: non parla di musica, ma di tutto quello che c'è intorno, perdendo di vista quello che c'è al centro, parlando tantissimo dei testi, e di quello che ha ispirato quei testi e di quello che quei testi hanno ispirato, e soprattutto di quali pensieri questi testi abbiano ispirato all'autore del libro.
E' un approccio che trovo molto "giornalistico", condito con le classiche banalità da "critico musicale rock" (batterie incalzanti, chitarre taglienti, bassi rotolanti e via stereotipando).
Trovo difficile appassionarmi a questo tipo di scrittura, soprattutto dopo aver letto i libri di Franco Fabbri che mettono al centro del discorso sulla musica, pensa te, la musica!
Per fortuna ci sono anche cose per cui vale lo stesso la pena di leggere questo libro: ad esempio, la visione della società americana degli anni '70 "in diretta" (la prima edizione del libro è del 1975), oppure il capitolo su Elvis Presley "da vivo".
Ma sono cose che hanno poco a che vedere con la musica, anzi, l'approccio musicologico è completamente ignorato[2] a favore di un più banale approccio da critico/fan[3], e la visione della storia della musica di Marcus è fortemente nordamericocentrica[4].
Bontà sua, l'autore ammette che anche qualche inglese (Beatles, Rolling Stones, Clash) ha contribuito alla musica rock, ma questi li chiama "americani immaginari"...
L'analisi sociologica mi sembra appena abbozzata (i Padri Pellegrini, il linguaggio[5] del rock come reazione allo spirito calvinista della società americana) mentre più interessanti sono le parti in cui si parla delle lotte civili e del movimento di liberazione dei neri d'america.
Ma nel complesso, ripeto: un libro sulla musica che non parla di musica.
Parla di testi e contesti, aspetti sociologici e culturali, parla delle copertine dei dischi e della grafica.
E così, la parte più interessante per me è l'intervista che gli fa Paolo Vites in appendice.
Note e links:
[1] Non è uno scherzo, è tradotto piuttosto bene davvero, soprattutto da qualcuno che sa quando è giusto lasciare una parola inglese senza tradurla :)
[2] E' anche vero che lo IASPM è stato fondato solo nel 1981.
[3] Simile in questo, giuro che mi spiace scriverlo, allo stile di Lester Bangs, che in più scriveva quasi sempre di sè stesso, e quasi mai di musica.
[4] E fortemente limitata per al prospettiva storica che evidentemente non poteva avere 35 anni fa, quando oltretutto aveva solo 30 anni: Randy Newman? The Band?
[5] Proprio nel senso puro del termine: le parole delle canzoni...
Letto e non piaciuto, nonostante il brillante lavoro di traduzione.[1]
Non mi è piaciuto perchè l'ho trovato poco interessante, meglio: è scritto con un'impostazione critica che in questo momento mi interessa davvero poco.
Wikipedia (versione inglese) di questo libro dice: "Il suo libro del 1975, "Mystery Train", ridefinì i parametri della critica della musica rock. Il libro piazza il rock and roll nel contesto degli archetipi culturali Americani, da Moby Dick al Grande Gatsby a Stagger Lee."
Ed è proprio questo il problema: Marcus parla dei testi delle canzoni, mettendoli a confronto con le opere letterarie che definiscono la "cultura americana".
E' un libro in cui si parla fondamentalmente dei testi delle canzoni, e a me interessa la musica.
E' un libro che dovrebbe quindi piacere a parecchi di quelli che girano qui: non parla di musica, ma di tutto quello che c'è intorno, perdendo di vista quello che c'è al centro, parlando tantissimo dei testi, e di quello che ha ispirato quei testi e di quello che quei testi hanno ispirato, e soprattutto di quali pensieri questi testi abbiano ispirato all'autore del libro.
E' un approccio che trovo molto "giornalistico", condito con le classiche banalità da "critico musicale rock" (batterie incalzanti, chitarre taglienti, bassi rotolanti e via stereotipando).
Trovo difficile appassionarmi a questo tipo di scrittura, soprattutto dopo aver letto i libri di Franco Fabbri che mettono al centro del discorso sulla musica, pensa te, la musica!
Per fortuna ci sono anche cose per cui vale lo stesso la pena di leggere questo libro: ad esempio, la visione della società americana degli anni '70 "in diretta" (la prima edizione del libro è del 1975), oppure il capitolo su Elvis Presley "da vivo".
Ma sono cose che hanno poco a che vedere con la musica, anzi, l'approccio musicologico è completamente ignorato[2] a favore di un più banale approccio da critico/fan[3], e la visione della storia della musica di Marcus è fortemente nordamericocentrica[4].
Bontà sua, l'autore ammette che anche qualche inglese (Beatles, Rolling Stones, Clash) ha contribuito alla musica rock, ma questi li chiama "americani immaginari"...
L'analisi sociologica mi sembra appena abbozzata (i Padri Pellegrini, il linguaggio[5] del rock come reazione allo spirito calvinista della società americana) mentre più interessanti sono le parti in cui si parla delle lotte civili e del movimento di liberazione dei neri d'america.
Ma nel complesso, ripeto: un libro sulla musica che non parla di musica.
Parla di testi e contesti, aspetti sociologici e culturali, parla delle copertine dei dischi e della grafica.
E così, la parte più interessante per me è l'intervista che gli fa Paolo Vites in appendice.
Note e links:
[1] Non è uno scherzo, è tradotto piuttosto bene davvero, soprattutto da qualcuno che sa quando è giusto lasciare una parola inglese senza tradurla :)
[2] E' anche vero che lo IASPM è stato fondato solo nel 1981.
[3] Simile in questo, giuro che mi spiace scriverlo, allo stile di Lester Bangs, che in più scriveva quasi sempre di sè stesso, e quasi mai di musica.
[4] E fortemente limitata per al prospettiva storica che evidentemente non poteva avere 35 anni fa, quando oltretutto aveva solo 30 anni: Randy Newman? The Band?
[5] Proprio nel senso puro del termine: le parole delle canzoni...
Guardando Meddle dei Pink Floyd

Quando la musica ancora non correva su supporti digitali materiali quali i cd o percettivamente immateriali quali le memory stick, le foto di copertina, le copertine degli album erano parte imprescindibile dei dischi stessi, erano porzioni di musica.
I migliori, i più apprezzati erano gli album che si aprivano a libretto, dentro potevano esserci testi, foto, o entrambi.
Non era probabilmente solo il fascino del supporto vinilico, dischi con grandi copertine che facevano apprezzare maggiormente la musica ma anche, paradossalmente, la penuria di musica reperibile. Se non pagavi non potevi averla (vabbè d'accordo c'erano le musicassette e i registratori, ma non certo la facilità di schiacciare un pulsante e trovarsi intere discografie a disposizione).
Ascoltare la musica era spesso totalizzante, vuoi che si avevano meno album a disposizione e quindi ogni nuovo acquisto veniva ascoltato, riascoltato, quasi consumandone i solchi, vuoi perchè ogni album era una scelta precisa a costruire un percorso, una discografia. Ricordiamoci che, per costruirisi una discoteca degna di questo nome, ci volevano anni se non una vita. Ogni pezzo aveva un suo senso, ricordava un periodo, una sensazione, una motivazione ed era un passo verso il successivo acquisto, verso il successivo delinearsi di un percorso che veniva costruendosi nel tempo e che rifletteva in toto la propria evoluzione e persino oserei dire personalità.
Come simbolo delle copertine di quel periodo, ho scelto una copertina mancata: quella interna di Meddle.
Quei quattro brutti ceffi dei Pink Floyd ancora giovanissimi, già affermati, ma ancora ad un passo di distanza dal successo mondiale. Quanto le ho fissate qulle foto segnaletiche ascoltando Echoes, One of these days, A pillow of winds, etc.
Le immagini erano rare, non vi era inflazione di video, notizie, interviste, show televisivi vi era ancora la possibilità di fantasticare. In realtà la fantasia vi è ancora oggi ma è molto più difficile esercitarla in un mondo che tende ad esibire tutto. Il pericolo dell'abbondanza odierna e della scelta è di farsi sfuggire i Pink Floyd d'oggi, i Rolling Stones o i Beatles e così via.
Difficile scegliere una strada, costruire un percorso personale in mezzo a una miriade di strade già segnate e perfettamente asfaltate, difficile infine apprezzare appieno musica che si può ottenere senza alcun sforzo e a costo zero.
L'abbondanza sembra distrarci, sembra difficile.
Io non rimpiango un tempo in cui la musica era di difficile reperibilità, oppure un tempo in cui la musica bisognava pagarla a caro prezzo, come a dire: se non costa non vale nulla. No il mio discorso è differente. Trovo sconcertante di questo tempo e del suo modo di fruire della musica vedere persone che non capiscono un'acca avere discografie che nemmeno il più incallito dei completisti si è mai sognato di possedere, vedere persone che senza apprezzare quello che ascoltano sono prese da bulimia per cui hanno migliaia di dischi sul disco rigido (scusate il gioco di parole) senza avene mai ascoltato alcuno. Rimpiango anche in parte che qualcuno che si intenda di musica molto, ma molto, più di me faccia una scrematura preventiva dell'infinita produzione odierna: in altre parole oggi anche cani e porci possono pubblicare le loro cazzate, mentre, quando al lavoro vi erano fior di produttori (penso, per dirne uno al mitico produttore di Miles, Teo Macero) certe ciofeche non arrivavano in studio o ne arrivavano molte meno. Oggi quel lavoro di scrematura dalle cazzate me lo deve fare da solo. Bè è una rottura clamorosa e posso pure prendere qualche bel granchio, olte a perdere un sacco di tempo. Tra l'altro, l'atteggiamento del non appassionato, che accede comunque a discografie intere per il semplice gusto di accumulare, in una qualche misura nutre nell'inconscio collettivo l'idea che la musica, per il fatto di essere liberamente accessibile, sia solo un semplice oggetto di consumo senza alcun valore intrinseco. E addio all'arte o a quel che ne è rimasto.
Infine ci sarebbe anche da parlare della funzione dei critici musicali. Oggi vengono snobbati allegramente (anche da me che tendo a far le mie scelte da solo o su consiglio di amici fidati i.e. : che hanno i miei stessi gusti :) ), ma invece avevano e potrebbero ancora avere una loro funzione “specialistica” di aiutare l'amante della musica in un suo percorso di crescita ed evoluzione culturale. Ma magari, su questo specifico aspetto della critica si accenderà un dibattito (me lo auguro), e mi riprometto di tornarci su in modo più specifico e meno superficiale.
I migliori, i più apprezzati erano gli album che si aprivano a libretto, dentro potevano esserci testi, foto, o entrambi.
Non era probabilmente solo il fascino del supporto vinilico, dischi con grandi copertine che facevano apprezzare maggiormente la musica ma anche, paradossalmente, la penuria di musica reperibile. Se non pagavi non potevi averla (vabbè d'accordo c'erano le musicassette e i registratori, ma non certo la facilità di schiacciare un pulsante e trovarsi intere discografie a disposizione).
Ascoltare la musica era spesso totalizzante, vuoi che si avevano meno album a disposizione e quindi ogni nuovo acquisto veniva ascoltato, riascoltato, quasi consumandone i solchi, vuoi perchè ogni album era una scelta precisa a costruire un percorso, una discografia. Ricordiamoci che, per costruirisi una discoteca degna di questo nome, ci volevano anni se non una vita. Ogni pezzo aveva un suo senso, ricordava un periodo, una sensazione, una motivazione ed era un passo verso il successivo acquisto, verso il successivo delinearsi di un percorso che veniva costruendosi nel tempo e che rifletteva in toto la propria evoluzione e persino oserei dire personalità.
Come simbolo delle copertine di quel periodo, ho scelto una copertina mancata: quella interna di Meddle.
Quei quattro brutti ceffi dei Pink Floyd ancora giovanissimi, già affermati, ma ancora ad un passo di distanza dal successo mondiale. Quanto le ho fissate qulle foto segnaletiche ascoltando Echoes, One of these days, A pillow of winds, etc.
Le immagini erano rare, non vi era inflazione di video, notizie, interviste, show televisivi vi era ancora la possibilità di fantasticare. In realtà la fantasia vi è ancora oggi ma è molto più difficile esercitarla in un mondo che tende ad esibire tutto. Il pericolo dell'abbondanza odierna e della scelta è di farsi sfuggire i Pink Floyd d'oggi, i Rolling Stones o i Beatles e così via.
Difficile scegliere una strada, costruire un percorso personale in mezzo a una miriade di strade già segnate e perfettamente asfaltate, difficile infine apprezzare appieno musica che si può ottenere senza alcun sforzo e a costo zero.
L'abbondanza sembra distrarci, sembra difficile.
Io non rimpiango un tempo in cui la musica era di difficile reperibilità, oppure un tempo in cui la musica bisognava pagarla a caro prezzo, come a dire: se non costa non vale nulla. No il mio discorso è differente. Trovo sconcertante di questo tempo e del suo modo di fruire della musica vedere persone che non capiscono un'acca avere discografie che nemmeno il più incallito dei completisti si è mai sognato di possedere, vedere persone che senza apprezzare quello che ascoltano sono prese da bulimia per cui hanno migliaia di dischi sul disco rigido (scusate il gioco di parole) senza avene mai ascoltato alcuno. Rimpiango anche in parte che qualcuno che si intenda di musica molto, ma molto, più di me faccia una scrematura preventiva dell'infinita produzione odierna: in altre parole oggi anche cani e porci possono pubblicare le loro cazzate, mentre, quando al lavoro vi erano fior di produttori (penso, per dirne uno al mitico produttore di Miles, Teo Macero) certe ciofeche non arrivavano in studio o ne arrivavano molte meno. Oggi quel lavoro di scrematura dalle cazzate me lo deve fare da solo. Bè è una rottura clamorosa e posso pure prendere qualche bel granchio, olte a perdere un sacco di tempo. Tra l'altro, l'atteggiamento del non appassionato, che accede comunque a discografie intere per il semplice gusto di accumulare, in una qualche misura nutre nell'inconscio collettivo l'idea che la musica, per il fatto di essere liberamente accessibile, sia solo un semplice oggetto di consumo senza alcun valore intrinseco. E addio all'arte o a quel che ne è rimasto.
Infine ci sarebbe anche da parlare della funzione dei critici musicali. Oggi vengono snobbati allegramente (anche da me che tendo a far le mie scelte da solo o su consiglio di amici fidati i.e. : che hanno i miei stessi gusti :) ), ma invece avevano e potrebbero ancora avere una loro funzione “specialistica” di aiutare l'amante della musica in un suo percorso di crescita ed evoluzione culturale. Ma magari, su questo specifico aspetto della critica si accenderà un dibattito (me lo auguro), e mi riprometto di tornarci su in modo più specifico e meno superficiale.
La ballata del pendolare
C'è stato un tempo in cui facevo il pendolare settimanale. Non mi ero ancora staccato del tutto da Firenze e andavo e venivo da Milano tutti i fine settimana come un mezzo coglione. Adesso che sono un coglione intero e vivo all'ombra della madunina e ho un figlio che parla lumbard, mi piace ricordare quei tempi arditi con una "ballad" scritta.....
LA BALLATA DEL PENDOLARE
“Chi cazzo me l’avrà fatto fare di venire a lavorare a Milano per due lire in più……” pensavo mentre il treno espresso Milano-Pantelleria (eh oh, pagalo te tutte le settimane l'eurostar) partiva sbuffando dal binario 13 (e te pareva…) della megastazionecentralegalattica di Milàn.
Già sapevo cosa mi attendeva di lì a poco.
(E fu a Piacenza che scoppiò la prima bomba.... Bomba non Bomba-Antonello Venditti)
A Piacenza il primo assalto alla diligenza.
Preceduta dal clangore e dalle urla sguaiate e disperate modello esercito raffazzonato di William Wallace, un’orda di diseredati variopinti e senza tetto (e, soprattutto, senza biglietto) invade rumorosamente ogni interstizio libero della carrozza.
“Cumpà! Tiemme u’poshto….” “Giuvà! ‘ndoshtei?” “Ahhhhh….mò ce schiacciamme ‘nu pisolo” “Kwanda ruanda zuluka” “Zvezda ciurmia debresniev”……sono frasi che si sovrappongono sempre ad ogni salita, ogni venerdì sera, ogni ritorno.
(Siamo meridionaaaaaali....... Mimmo Cavallo)
Non ce l'ho con i meridionali per l'amordiddio solo che questo treno è LORO.
Negli occhi di tutti la voglia di casa e l’ansia della ripartenza del giorno dopo, uguale uguale ai permessini 36h dei militari. Ripartire per ricominciare una nuova settimana di lavoro in nero, dormendo in dodici in una baracca da sei.
Nelle voci e negli aliti la ruggine delle nebbie maldigerite e l’eco di spezie lontane.
Nelle tasche il vuoto, però con l’ultimo modello di telefonino.
Nei loro modi l’irruenza, la spasmodicità, l’impeto di chi sa che sta friggendo in padella ma non vuole restare fermo e cerca, saltellando a più non posso, di scottarsi un pò di meno.
A volte penso, tra resti di panini con la frittata e riviste da barbiere, che ho un culo enorme solo per il fatto di essere nato “altrove”.
A Parma, Rezzo, Modna, Bulagna gli altri assalti alla diligenza.
(è un mondo difficile.....Tonino Carotone)
Bologna è sempre la più dura. Bologna la dotta, Bologna la rossa. Ma anche Bologna dove il treno non entra in stazione ma passa, si ferma un attimo, e riparte alla voleè.
Una volta non entrava neanche uno spillo. Si sono appesi ai predellini di fuori. Dopo dieci minuti di treno immobilizzato è intervenuta (caricaaaa!) la polizia. Che ha disperso i manifestanti a manganellate con disprezzo del pericolo venghino siori e siori.
(police on my back .....i Clash)
Un’altra volta sono usciti i coltelli per un posto a sedere. Per un posto a sedere, cazzo.
(i will survive ....Gloria Gaynor)
“Ferrovie di merda. Ma lo sapete che il venerdì sera rientra verso Sud un milione di persone, cosa vi costa mettere qualche treno speciale in più? Lo fate per i tifosi che sfasciano tutto, non lo fate per chi davvero ha bisogno?” continuavo a pensare insieme a loro, schierato, ad ogni salita, ogni venerdì sera, ogni ritorno.
(Driving that train high on cocaine.........Casey Jones dei Grateful Dead)
Dopo Bologna non sale più (quasi) nessuno. E' il rientro vero e proprio.
Si dorme. Si dorme seduti gli uni sugli altri, sdraiati nei corridoi, appesi agli appoggiavaligie, in piedi come i cavalli. Col caldo col freddo col cazzo che si dorme.
Una volta un tizio mi ha confessato che anche a casa, talvolta, gli capita di addormentarsi in piedi davanti alla tv. Non che i programmi stimolino la veglia, ma tant’è. Sai com'è, l'abitudine.
(close your eyes and you will see......Sound Asleep dei Blondie)
Verso mezzanotte il treno entra silenzioso a FirenzeSantaMariaNovella
(e qua ci starebbe bene Pupo ma non ce la faccio dai non ce la faccio)
Con il suo carico di umanità a buon mercato, nenie alla ninodangelomariomerola (non menzionate gigidalessio che vi accoltellano per davvero), illusioni, rabbia e rancore, pessimismo e fastidio, puzza di piedi mista cipolle fritte che potrebbe essere brevettata.
Per scendere ingaggio quasi sempre un penoso incontro di sumo.
Ma ho almeno 15 minuti per vincerlo.
Spesso aiuto qualche ragazza e qualche anziano nella colluttazione con chi rimane sopra. Poi scendo assonnato, stanco, con la voglia del mio letto e della mia famiglia. Con tutti i link della mia vita extramilàn che, mentre percorro il lungobinario
(binarioooo....triste e solitario Claudio Villa)
mi trillano invadenti “allora icchesifà stasera, milanese?”, “oh grullo, icchettuvvòfa? La festa della Deborah con l'acca?”, “Stefano sei arrivato? Hai mangiato? La maglia di lana ce l’hai?” , “Stefano ciao, domani dobbiamo andare ai saldi, al mobilificio e poi a comprare qualcosa per le zie” “oh bellino! Lo sai quant’è che un tu' mi telefoni? Ma per chi m’hai presa, per la troia di turno?”, “oh razzo, stasera c’ho du'manze che un ci si ripiglia più!” .......
E io che penso che stasera, davvero, neanche se ci fosse la zetagions in persona.
(i'm on my wayyyyyy i'm on my waaaay home sweet hooooome dei Motley Crue).
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DiamondDog
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Storie
Il marxista della CEI
Il mio sguardo è tarato, va sempre a chi è in fondo alla fila. Durante un'assemblea feci il mio intervento, che come al solito qualcuno ha scambiato per comizio politico: "Bisogna esaminare seriamente le situazioni degli emarginati, che il nostro sistema di vita ignora, persino coltiva. Anziani, handiccappati, tossicodipendenti, dimessi dal carcere e dagli ospedali psichiatrici: perché accrescere ulteriormente la folla dei nuovi poveri? Perché la società attuale risponde così poco a un’emarginazione clamorosa? Con gli ultimi e con gli emarginati potremo recuperare tutti un genere di vita diverso; demoliremo innanzitutto gli idoli che ci siamo costruiti: denaro, potere, consumo, spreco, tendenza a vivere al di sopra delle nostre possibilità. Riscopriremo i valori del bene comune, della tolleranza, della solidarietà, della giustizia sociale e della corresponsabilità.
A quel punto, nel salone, si alzò in piedi un giovane prete e urlò: “Basta venire qui a fare il marxista. Rispetti l’ambiente cattolico in cui si trova e opera!”.
Allora risposi: “Mi scuso molto, ho dimenticato di citare la fonte: La chiesa e le prospettive del Paese, documento del Consiglio Permanente della CEI, Roma, 23 ottobre 1981”.
(Tratto da "Come in terra, così in cielo", di Don Andrea Gallo, pagine 49/50)
Non c'entra molto con la musica, o forse sì, e comunque per oggi mi sembra un post molto adatto.
Buon Natale a tutti :)
A quel punto, nel salone, si alzò in piedi un giovane prete e urlò: “Basta venire qui a fare il marxista. Rispetti l’ambiente cattolico in cui si trova e opera!”.
Allora risposi: “Mi scuso molto, ho dimenticato di citare la fonte: La chiesa e le prospettive del Paese, documento del Consiglio Permanente della CEI, Roma, 23 ottobre 1981”.
(Tratto da "Come in terra, così in cielo", di Don Andrea Gallo, pagine 49/50)
Non c'entra molto con la musica, o forse sì, e comunque per oggi mi sembra un post molto adatto.
Buon Natale a tutti :)
Il "P.U.C."
Va molto di moda anche quest'anno, tra il popolo dei blog musicali, il "Pensiero Unico Certificato" (P.U.C.), che si basa su una generica condivisione acritica ben esemplificata dalla frase "siamo tutti d'accordo che...".
Usando quindi alcuni postulati (che non devono evidentemente neppure essere dimostrati) del P.U.C. uniti tra di loro dalle opportune congiunzioni e/o disgiunzioni subordinative o coordinative (quindi, dunque, nonostante, però, e, oppure, etc.) si possono scrivere millemila post che otterranno l'approvazione incondizionata ed entusiastica del 99,9% dei lettori del vostro blog.
E' con umile spirito di servizio che Vi offro dunque questo utile riassunto del P.U.C. ad uso e consumo dei bloggers.
I Led Zeppellin e i Pink Floyd sono mitici.
I Doors e i Rolling Stones sono leggendari.
Bob Dylan e Bruce Springsteen sono indiscutibili.
AC/DC e Deep Purple sono energetici e divertenti.
Eddie BanHalen e Jimi Hendrix hanno rivoluzionato la chitarra.
Ligabue, Jovanotti, Vasco Rossi e Pelù fanno schifo.
Lady Gaga fa gagare.
Gli italiani non sanno fare il rock, costituzionalmente.
I Boston, fanno schifo. Ma se piacciono a un vostro amico di blog, allora sono bravi.
I Kiss, fanno schifo. Ma se vi piacevano quando avevate 12 anni, allora sono bravi.
Tutto l'AOR/Hard/Heavy Metal, più è pacchiano e più è bello (soprattutto se vi piaceva quando avevate 12 anni).
Tutto quello che vi piaceva a 12 anni, è bello. Ma "oggettivamente" eh, e guai a chi pensa il contrario.
Se c'è il Jazz, c'è la classe.
Se vi piace e anche se non c'è il Jazz, è pop di classe.
Se c'è il Blues, ci sono le radici.
Se c'è il R'n'B, allora si può ballare.
It's only rock'n'roll but I like it.
La musica moderna fa schifo.
La musica elettronica fa schifo.
La musica dance fa schifo.
Se qualche musica moderna/elettronica/dance piace a voi, allora è bella.
I dischi in vinile suonano meglio dei cd.
I cd suonano meglio degli mp3.
I flac, non è bello sapere cosa sono.
E comunque, come la musica dal vivo non c'è niente.
Una canzone è bella se funziona con voce e chitarra.
La matematica è fredda e non ha nulla a che vedere con la musica.
La musica è emozione, non parlatemi di tecnica e tecnologia.
I sintetizzatori sono beceri.
Gli anni '60 sono mitici.
Gli anni '70 sono mitici.
Gli anni '80 hanno prodotto solo musica di plastica.
Gli altri anni non se ne parla proprio.
Gli arrangiamenti di archi rovinano le canzoni.
Gli arrangiamenti di ottoni rovinano le canzoni.
Gli arrangiamenti rovinano le canzoni.
Gli arrangiamenti di archi e ottoni di Burt Bacharach sono la quintessenza della "classe".
Se ci sono le chitarre è rock.
Se ci sono le chitarrone è hard rock.
Se ci sono le chitarrone turbo è heavy metal.
Il jazz rock è complicato da suonare, bisogna essere musicisti coi controcoglioni.
Il progressive è complicato da suonare, bisogna essere musicisti coi controcoglioni.
Il punk tre accordi e formi una band, non devi neanche sapere suonare.
Esempi:
I Doors e i Rolling Stones sono leggendari, invece gli italiani non sanno fare il rock, costituzionalmente.
Certo, se c'è il Blues, ci sono le radici, e infatti una canzone è bella se funziona con voce e chitarra.
Bob Dylan e Bruce Springsteen sono indiscutibili mentre Ligabue, Jovanotti, Vasco Rossi e Pelù fanno schifo.
Anzi, la musica moderna fa schifo: infatti, gli anni '60 sono mitici e gli anni '80 hanno prodotto solo musica di plastica.
I dischi in vinile suonano meglio dei cd: infatti, la matematica è fredda e non ha nulla a che vedere con la musica.
Perchè la musica è emozione, non parlatemi di tecnica e tecnologia: tutti sanno che gli arrangiamenti rovinano le canzoni
etc.
Usando quindi alcuni postulati (che non devono evidentemente neppure essere dimostrati) del P.U.C. uniti tra di loro dalle opportune congiunzioni e/o disgiunzioni subordinative o coordinative (quindi, dunque, nonostante, però, e, oppure, etc.) si possono scrivere millemila post che otterranno l'approvazione incondizionata ed entusiastica del 99,9% dei lettori del vostro blog.
E' con umile spirito di servizio che Vi offro dunque questo utile riassunto del P.U.C. ad uso e consumo dei bloggers.
I Led Zeppellin e i Pink Floyd sono mitici.
I Doors e i Rolling Stones sono leggendari.
Bob Dylan e Bruce Springsteen sono indiscutibili.
AC/DC e Deep Purple sono energetici e divertenti.
Eddie BanHalen e Jimi Hendrix hanno rivoluzionato la chitarra.
Ligabue, Jovanotti, Vasco Rossi e Pelù fanno schifo.
Lady Gaga fa gagare.
Gli italiani non sanno fare il rock, costituzionalmente.
I Boston, fanno schifo. Ma se piacciono a un vostro amico di blog, allora sono bravi.
I Kiss, fanno schifo. Ma se vi piacevano quando avevate 12 anni, allora sono bravi.
Tutto l'AOR/Hard/Heavy Metal, più è pacchiano e più è bello (soprattutto se vi piaceva quando avevate 12 anni).
Tutto quello che vi piaceva a 12 anni, è bello. Ma "oggettivamente" eh, e guai a chi pensa il contrario.
Se c'è il Jazz, c'è la classe.
Se vi piace e anche se non c'è il Jazz, è pop di classe.
Se c'è il Blues, ci sono le radici.
Se c'è il R'n'B, allora si può ballare.
It's only rock'n'roll but I like it.
La musica moderna fa schifo.
La musica elettronica fa schifo.
La musica dance fa schifo.
Se qualche musica moderna/elettronica/dance piace a voi, allora è bella.
I dischi in vinile suonano meglio dei cd.
I cd suonano meglio degli mp3.
I flac, non è bello sapere cosa sono.
E comunque, come la musica dal vivo non c'è niente.
Una canzone è bella se funziona con voce e chitarra.
La matematica è fredda e non ha nulla a che vedere con la musica.
La musica è emozione, non parlatemi di tecnica e tecnologia.
I sintetizzatori sono beceri.
Gli anni '60 sono mitici.
Gli anni '70 sono mitici.
Gli anni '80 hanno prodotto solo musica di plastica.
Gli altri anni non se ne parla proprio.
Gli arrangiamenti di archi rovinano le canzoni.
Gli arrangiamenti di ottoni rovinano le canzoni.
Gli arrangiamenti rovinano le canzoni.
Gli arrangiamenti di archi e ottoni di Burt Bacharach sono la quintessenza della "classe".
Se ci sono le chitarre è rock.
Se ci sono le chitarrone è hard rock.
Se ci sono le chitarrone turbo è heavy metal.
Il jazz rock è complicato da suonare, bisogna essere musicisti coi controcoglioni.
Il progressive è complicato da suonare, bisogna essere musicisti coi controcoglioni.
Il punk tre accordi e formi una band, non devi neanche sapere suonare.
Esempi:
I Doors e i Rolling Stones sono leggendari, invece gli italiani non sanno fare il rock, costituzionalmente.
Certo, se c'è il Blues, ci sono le radici, e infatti una canzone è bella se funziona con voce e chitarra.
Bob Dylan e Bruce Springsteen sono indiscutibili mentre Ligabue, Jovanotti, Vasco Rossi e Pelù fanno schifo.
Anzi, la musica moderna fa schifo: infatti, gli anni '60 sono mitici e gli anni '80 hanno prodotto solo musica di plastica.
I dischi in vinile suonano meglio dei cd: infatti, la matematica è fredda e non ha nulla a che vedere con la musica.
Perchè la musica è emozione, non parlatemi di tecnica e tecnologia: tutti sanno che gli arrangiamenti rovinano le canzoni
etc.
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Alessandro Limonta
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Storie
Franco Fabbri e Stefano Giaccone
Franco Fabbri è il mio nuovo mito: in ogni suo scritto l'indice di cipp[1] è altissimo, probabilmente vicino all'uno.
Dopo aver finito "Album bianco" ho cominciato a leggere "L'ascolto tabù".
A pagina 184/185 trovo[2] (e trascrivo):
Stefano Giaccone è uno di quelli che mi piacciono di più. Un mio autorevole collega, quando gliene avevo parlato, mi aveva risposto ironicamente (ma non troppo): "Se non l'ho mai sentito nominare io, chi vuoi che l'abbia sentito nominare?"
Così ho fatto sentire ai giovani del centro sociale "Punto di Fine", di Stefano Giaccone, convinto di illustrare nel modo migliore possibile la capacità del Festival di Mantova di scoprire talenti. Il fatto è che tutti, lì, conoscevano benissimo Stefano Giaccone, e quando ho detto che aveva fatto parte del gruppo dei Franti, come Lalli (altra invitata a Mantova) ho visto tante teste fare cenno di sì: ma certo, Franti, come no? Il mio autorevole collega non conosceva nè Lalli (il cui album, prima dell'estate, è stato recensito entusiasticamente) nè i Franti.
Succede quindi, e ci vuole poco a immaginarlo, che la popolarità si ramifichi in contesti e pubblici diversi, e che un criterio unico sia difficile da formulare.
Tanto più in tempi come questi, in cui le vendite di dischi sono ridotte al minimo, anche per gli artisti apparentemente più famosi, cosicchè può facilmente accadere che album semiclandestini di piccole etichette abbiano una circolazione superiore a certi album pubblicizzati dalle majors.
Franco Fabbri che parla di Stefano Giaccone, Lalli e Franti: cosa si può trovare di meglio in poco più di una pagina di un libro?
Note e links:
[1] "Cose intelligenti per paragrafo": un indice di cipp di 0,5 vuol dire una cosa intelligente ogni due paragrafi, ed è già notevolmente alto.
Lo scrittore/giornalista/blogger medio, me compreso ovviamente, viaggia intorno allo 0,01 (una cosa intelligente ogni 100 paragrafi), quando non riesce magicamente a raggiungere indici negativi, la cui interpretazione rifugge all'umana logica.
[2] E' un articolo che parla della prima edizione del Mantova Musica Festival (2004) e della presentazione fatta durante una conferenza tenuta in un non meglio specificato Centro Sociale.
[3] Di Stefano Giaccone e dell'universo che fa capo ai Franti ho già scritto diverse volte su Place to Be.
La maggior parte delle loro cose le potete trovare su stella*nera, ne ha già accennato Enrico nei post su Marco Pandin.
Dopo aver finito "Album bianco" ho cominciato a leggere "L'ascolto tabù".
A pagina 184/185 trovo[2] (e trascrivo):
Stefano Giaccone è uno di quelli che mi piacciono di più. Un mio autorevole collega, quando gliene avevo parlato, mi aveva risposto ironicamente (ma non troppo): "Se non l'ho mai sentito nominare io, chi vuoi che l'abbia sentito nominare?"
Così ho fatto sentire ai giovani del centro sociale "Punto di Fine", di Stefano Giaccone, convinto di illustrare nel modo migliore possibile la capacità del Festival di Mantova di scoprire talenti. Il fatto è che tutti, lì, conoscevano benissimo Stefano Giaccone, e quando ho detto che aveva fatto parte del gruppo dei Franti, come Lalli (altra invitata a Mantova) ho visto tante teste fare cenno di sì: ma certo, Franti, come no? Il mio autorevole collega non conosceva nè Lalli (il cui album, prima dell'estate, è stato recensito entusiasticamente) nè i Franti.
Succede quindi, e ci vuole poco a immaginarlo, che la popolarità si ramifichi in contesti e pubblici diversi, e che un criterio unico sia difficile da formulare.
Tanto più in tempi come questi, in cui le vendite di dischi sono ridotte al minimo, anche per gli artisti apparentemente più famosi, cosicchè può facilmente accadere che album semiclandestini di piccole etichette abbiano una circolazione superiore a certi album pubblicizzati dalle majors.
Franco Fabbri che parla di Stefano Giaccone, Lalli e Franti: cosa si può trovare di meglio in poco più di una pagina di un libro?
Note e links:
[1] "Cose intelligenti per paragrafo": un indice di cipp di 0,5 vuol dire una cosa intelligente ogni due paragrafi, ed è già notevolmente alto.
Lo scrittore/giornalista/blogger medio, me compreso ovviamente, viaggia intorno allo 0,01 (una cosa intelligente ogni 100 paragrafi), quando non riesce magicamente a raggiungere indici negativi, la cui interpretazione rifugge all'umana logica.
[2] E' un articolo che parla della prima edizione del Mantova Musica Festival (2004) e della presentazione fatta durante una conferenza tenuta in un non meglio specificato Centro Sociale.
[3] Di Stefano Giaccone e dell'universo che fa capo ai Franti ho già scritto diverse volte su Place to Be.
La maggior parte delle loro cose le potete trovare su stella*nera, ne ha già accennato Enrico nei post su Marco Pandin.
Scoprire il mondo con i Rubettes
Davide ha già dodici anni, compiuti ieri, il 4 di Agosto. Abbiamo mangiato la torta gelato sulla spiaggia per
festeggiare il suo compleanno.
Io li compirò tra qualche mese dodici anni, tra Natale e Capodanno, ma ne dimostro ancora non più di dieci e non mi importa molto di sembrare più grande.
Davide è il mio migliore amico e passiamo le vacanze insieme da almeno tre anni. Nel frastuono del baretto dove giochiamo rumorosamente a calcino (calcio balilla) come se fosse in palio la Coppa dei Campioni il juke-box (esisteva, io l'ho visto) rimbomba a volume altissimo:
Aaaaaaaahhhh........aiaiaiaiaiaà........aiaiaiaiaià
uauauaà........uacciueri...............uacciueri ueriuà
.....cciueri........attacco prodigioso (campane comprese) che introduce Sugar Baby Love dei (delle? degli?) Rubettes, il più grande successo dell'estate che io e Davide stiamo trascorrendo beati e spensierati dietro i nostri dodici (quasi dodici) anni.
Non sappiamo neanche di chi è, che cosa sia il Glam Rock, che cosa sia la versione pataccara del Glam Rock, ma in fondo checcefrega.
Abbiamo dodici anni (quasi dodici) e giochiamo a pallone di giorno, a calcino la sera. Questo ci basta.
Mentre sto rimontando il pesante passivo ricorrendo al vietatissimo movimento di frullino, Davide si distrae.
Goooool! Faccio io.
E lui resta un po lì in surplace, basito e svanito.
(aaaaaa.....aiaiaiaiaia........)
Curiosamente seguo il suo sguardo per capire dove si stia posando: ohibò una ragazzina biondina con un vestitino azzurro lucido, scarpette ballerina argentate, trucco e rossettino rosa tipo barbie.
Che lo riguarda.
(uacci ueri ueri)
Davide, 'zzo fai? Gioca!
Aspetta un attimo, fa lui lasciando andare le manopole al loro destino rotante.
Ovviamente (ueri ueri uà) non finimmo mai quella partita.
Lui e lei si avvicinarono e si misero a parlare (di che?). C'era nei loro occhi una luce misteriosa che non
avevo mai visto prima.
(sugar baby love...sugar baby love....)
L'autunno successivo a scuola finalmente capii qualcosa di più dello strano evento, quando anch'io mi sentii per la prima volta rincoglionito dietro due grandi occhi blu. E presi quattro all'interrogazione. Senza i Rubettes e senza canzonette.
I primi dolori originati dalle donne: una partita di calcino mai finita, la gelosia per la disattenzione del mio migliore amico, un brutto voto sul registro.
Ancora adesso che sono "leggermente" più grande, quando entro in un posto e vedo qualche ragazzino che gioca a calcino, i Rubettes mi ritornano nelle orecchie come i peperoni nello stomaco, con tutta la loro banalissima sconcertante e tremenda verità:
"Pipol teik mai advais:
if iu lov sambadi dont fink tuais. Lov iu bebi lov, sciugar bebi lov, lov' er eniuai, lov' er evridai".
I pastori dell'Arcadia e la musica moderna
Ci sono alcune malattie che la scienza medica ufficiale non ha ancora studiato approfonditamente, ma delle quali mi sembra corretto occuparsi in quanto riguardano molto da vicino gli "appassionati di musica", in particolare quelli adulti di sesso maschile.
Facciamone una veloce panoramica.
1. Sindrome mistica da consumismo affettivo-retroattivo
Colpisce di solito intorno ai 50 anni, quando cominci a parlare di quanto sei affezionato e quanti ricordi ti legano ai contenitori e non più ai contenuti.
Unita ai sintomi della successiva sindrome di cui al punto 3), ti porta a dare valori assolutamente spropositati al barattolo che contiene la marmellata, inventando giustificazioni risibili (colori, odori, sapori - appartenenti al barattolo...)
Si applica in particolare ai supporti di diffusione legati al mondo dell'arte (musica, letteratura, arti visive, etc.): prende la forma di rimpianto per il vinile, per il libro di carta, per la videocassetta, per il cinema fumoso e via di seguito, confondendo allegramente i mezzi che hai conosciuto da giovane con il messaggio da loro veicolato.
2. Sindrome da collezionismo ossessivo-compulsivo
Questa sindrome, tipicamente maschile, è una malattia con un decorso eccezionalmente lungo: si manifesta fin da subito dopo l'infanzia, e non gode mai di remissione.
Porta a voler possedere ogni cosa riguardi uno specifico argomento: dalle figurine dei Gormiti ai giornalini di Topolino, dai tappi delle bottiglie di birra alle registrazioni dei concerti dei Boss (e sono perfettamente d'accordo che l'ultima mania sia incomparabilmente meno sana delle precedenti...)
Peggiora sensibilmente verso i 50 anni per l'influenza perniciosa della sindrome già descritta al punto 1), che porta a voler avere ogni registrazione esistente, per dire, degli Animals.
Ma nella prima versione originale inglese, possibilmente dischi con numero di matrice appartenente allo stamper originale, con copertina intonsa ed idealmente mai suonati.
Se ancora avvolti dal cellophane originale diventano feticci da ammirare (non da ascoltare, ovvio).
Se invece, come quasi sempre accade, già ascoltati, gli inevitabili fruscii, click e salti del vinile vengono apprezzati in quanto testimoni del "carattere" e della "autenticità" (?) del supporto stesso.
Quando accoppiata con una maggiore disponibilità economica tipica della condizione adulta, genera mostri come i famigerati "acquirenti di cofanetti celebrativi de-luxe edition", una evoluzione (?) della specie Homo Sapiens-Sapiens (e qui, accipicchia, come non riandare con la mente alle teorie de-evolutive propugnate dai Devo?)
3. Sindrome da "non ci sono più i xxx di una volta/ai miei tempi sì che"
Questa è indubbiamente la peggiore. Subdola e maligna, si impadronisce di - più o meno - chiunque, intorno al giro di boa dei 50 anni.
Combinata con le due precedenti, ti porta non solo a sopravvalutare acriticamente qualsiasi cosa sia legata alla tua gioventù (diciamo 15-25 anni), ma anche a disprezzare parallelamente qualsiasi cosa sia invece, anche solo vagamente, "giovane", "nuova" o "moderna".
Le due ultime parole acquistano immediatamente un valore assolutamente negativo, e quasi senza provare vergogna ti viene la tentazione di accusare i "ragazzi d'oggi" di avere tagli di capelli orribili e di vestirsi male ("barbùni e cavelùni").
Cominci a dare valore a qualsiasi cosa ti ricordi i tempi in cui eri giovane davvero: ormai non puoi più illuderti di esserlo ancora, e allora partono rimpianti, nostalgie ed invidie (se sei intellettualmente onesto, ovvio; se no puoi continuare a far finta di essere ancora un "ragazzo")
Il valore intrinseco della "cosa" (che può essere un 45 giri di Patrick Juvet o gli LP dei Led Zeppelin, il Fantic Caballero 50 Regolarità Casa 6 marce, il telefilm "Furia", etc.) non ha evidentemente nessuna importanza: era tutto meglio.
Perchè anche le cose "brutte" non erano brutte davvero: erano magari "tenere" e "kitsch" e via scusando.
Mentre quelle brutte e basta, le hai semplicemente dimenticate (o non conosciute, quando il rimpianto si sposta addirittura a tempi che non hai vissuto direttamente).
Corollario irrinunciabile: le cose "moderne" fanno schifo.
Nel migliore dei casi, spazzatura.
Ho letto, in questi mesi di frequentazione dei blog, diverse argomentazioni sui "giovani" e sulla "musica moderna" che mi hanno causato forti bruciori di stomaco.
Ho letto che il movimento "mod" (i "modernisti"! Quelli che si opponevano alla tradizione e davano valore ad ogni cosa nuova!) adesso trova il futuro nel passato, recuperando e guardandosi indietro, con un elegante ribaltone di 180 gradi rispetto alle idee originali.
I mod di oggi sono vecchi consolidati che apprezzano solo quello che era nuovo 50 anni fa.
Ho letto cose assurde su vinili, cd e mp3, ma anche su libri e libri elettronici.
Discussioni sulla superiorità tecnica del vinile rispetto al cd (vedi sopra).
Discussioni che sostengono l'assoluta superiorità della carta sul formato elettronico, tenute in formato elettronico sul web!...
Ho letto accorate lamentele sui "giovani d'oggi" che non sono mica come eravamo noi alla loro età, eh no! Noi si che etc.
Ho letto le stesse cose dette perfino da Pier Paolo Pasolini (!) che si lamentava della pochezza dei "giovani d'oggi". Che, visto quando si lamentava, sarebbero i 50/55-enni di adesso, quelli che "noi si...".
E ogni volta mi vengono in mente due cose:
1. L'aforisma di Bernardo di Chartres "siamo nani sulle spalle di giganti", che è del XII secolo.
Se già loro si ritenevano nani, noi oggi cosa siamo?
2. Chi ha fatto il classico (o lo scientifico) dovrebbe essere venuto in contatto con "Le Bucoliche" di Publio Virgilio Marone (quello dell'Eneide), scritte nel 38 a.c.
Vi si parla dei buoni vecchi tempi, dei pastori dell'Arcadia, dell'età dell'oro, di quanto tutto era meglio "prima"... e sul modello degli "Idilli" di Teocrito (270 a.c.) che a sua volta si era ispirato etc. etc.
Dopo tutti questi anni, siamo ancora lì.
Arriviamo a 50 anni e scopriamo che le cose migliori in assoluto, in tutti i campi, sono già state fatte.
Invariabilmente, più o meno 25/30 anni prima. Dopo, solo rimasticature e decadenza.
Quindi le cose migliori della musica rock sono state fatte, a seconda dell'età dell'interlocutore, negli anni '50 da Presley e co., oppure dai Beatles e dai Rolling Stones nel 1965, dai Genesis nel 1972 o da David Bowie nel 1973, dai Clash nel 1977 o dai Joy Division nel 1980, e via di seguito. L'importante è aggiungere sempre che, dopo, è tutta spazzatura.
E siccome "noi" che abbiamo più o meno 50 anni adesso siamo "quelli del rock", che in teoria erano contro la banalità e l'establishment, mi viene una grandissima tristezza a vederci trasformati nell'equivalente brontolone dei "matusa" di quando eravamo giovani noi, che a loro volta etc.
In sintesi, le tre sindromi si possono riassumere in una sola parola: rincoglionimento.
Dio volendo, spero di risparmiarmelo (e non vale scrivere nei commenti che non ho motivo di preoccuparmi perchè ci sono già...)
Facciamone una veloce panoramica.
1. Sindrome mistica da consumismo affettivo-retroattivo
Colpisce di solito intorno ai 50 anni, quando cominci a parlare di quanto sei affezionato e quanti ricordi ti legano ai contenitori e non più ai contenuti.
Unita ai sintomi della successiva sindrome di cui al punto 3), ti porta a dare valori assolutamente spropositati al barattolo che contiene la marmellata, inventando giustificazioni risibili (colori, odori, sapori - appartenenti al barattolo...)
Si applica in particolare ai supporti di diffusione legati al mondo dell'arte (musica, letteratura, arti visive, etc.): prende la forma di rimpianto per il vinile, per il libro di carta, per la videocassetta, per il cinema fumoso e via di seguito, confondendo allegramente i mezzi che hai conosciuto da giovane con il messaggio da loro veicolato.
2. Sindrome da collezionismo ossessivo-compulsivo
Questa sindrome, tipicamente maschile, è una malattia con un decorso eccezionalmente lungo: si manifesta fin da subito dopo l'infanzia, e non gode mai di remissione.
Porta a voler possedere ogni cosa riguardi uno specifico argomento: dalle figurine dei Gormiti ai giornalini di Topolino, dai tappi delle bottiglie di birra alle registrazioni dei concerti dei Boss (e sono perfettamente d'accordo che l'ultima mania sia incomparabilmente meno sana delle precedenti...)
Peggiora sensibilmente verso i 50 anni per l'influenza perniciosa della sindrome già descritta al punto 1), che porta a voler avere ogni registrazione esistente, per dire, degli Animals.
Ma nella prima versione originale inglese, possibilmente dischi con numero di matrice appartenente allo stamper originale, con copertina intonsa ed idealmente mai suonati.
Se ancora avvolti dal cellophane originale diventano feticci da ammirare (non da ascoltare, ovvio).
Se invece, come quasi sempre accade, già ascoltati, gli inevitabili fruscii, click e salti del vinile vengono apprezzati in quanto testimoni del "carattere" e della "autenticità" (?) del supporto stesso.
Quando accoppiata con una maggiore disponibilità economica tipica della condizione adulta, genera mostri come i famigerati "acquirenti di cofanetti celebrativi de-luxe edition", una evoluzione (?) della specie Homo Sapiens-Sapiens (e qui, accipicchia, come non riandare con la mente alle teorie de-evolutive propugnate dai Devo?)
3. Sindrome da "non ci sono più i xxx di una volta/ai miei tempi sì che"
Questa è indubbiamente la peggiore. Subdola e maligna, si impadronisce di - più o meno - chiunque, intorno al giro di boa dei 50 anni.
Combinata con le due precedenti, ti porta non solo a sopravvalutare acriticamente qualsiasi cosa sia legata alla tua gioventù (diciamo 15-25 anni), ma anche a disprezzare parallelamente qualsiasi cosa sia invece, anche solo vagamente, "giovane", "nuova" o "moderna".
Le due ultime parole acquistano immediatamente un valore assolutamente negativo, e quasi senza provare vergogna ti viene la tentazione di accusare i "ragazzi d'oggi" di avere tagli di capelli orribili e di vestirsi male ("barbùni e cavelùni").
Cominci a dare valore a qualsiasi cosa ti ricordi i tempi in cui eri giovane davvero: ormai non puoi più illuderti di esserlo ancora, e allora partono rimpianti, nostalgie ed invidie (se sei intellettualmente onesto, ovvio; se no puoi continuare a far finta di essere ancora un "ragazzo")
Il valore intrinseco della "cosa" (che può essere un 45 giri di Patrick Juvet o gli LP dei Led Zeppelin, il Fantic Caballero 50 Regolarità Casa 6 marce, il telefilm "Furia", etc.) non ha evidentemente nessuna importanza: era tutto meglio.
Perchè anche le cose "brutte" non erano brutte davvero: erano magari "tenere" e "kitsch" e via scusando.
Mentre quelle brutte e basta, le hai semplicemente dimenticate (o non conosciute, quando il rimpianto si sposta addirittura a tempi che non hai vissuto direttamente).
Corollario irrinunciabile: le cose "moderne" fanno schifo.
Nel migliore dei casi, spazzatura.
Ho letto, in questi mesi di frequentazione dei blog, diverse argomentazioni sui "giovani" e sulla "musica moderna" che mi hanno causato forti bruciori di stomaco.
Ho letto che il movimento "mod" (i "modernisti"! Quelli che si opponevano alla tradizione e davano valore ad ogni cosa nuova!) adesso trova il futuro nel passato, recuperando e guardandosi indietro, con un elegante ribaltone di 180 gradi rispetto alle idee originali.
I mod di oggi sono vecchi consolidati che apprezzano solo quello che era nuovo 50 anni fa.
Ho letto cose assurde su vinili, cd e mp3, ma anche su libri e libri elettronici.
Discussioni sulla superiorità tecnica del vinile rispetto al cd (vedi sopra).
Discussioni che sostengono l'assoluta superiorità della carta sul formato elettronico, tenute in formato elettronico sul web!...
Ho letto accorate lamentele sui "giovani d'oggi" che non sono mica come eravamo noi alla loro età, eh no! Noi si che etc.
Ho letto le stesse cose dette perfino da Pier Paolo Pasolini (!) che si lamentava della pochezza dei "giovani d'oggi". Che, visto quando si lamentava, sarebbero i 50/55-enni di adesso, quelli che "noi si...".
E ogni volta mi vengono in mente due cose:
1. L'aforisma di Bernardo di Chartres "siamo nani sulle spalle di giganti", che è del XII secolo.
Se già loro si ritenevano nani, noi oggi cosa siamo?
2. Chi ha fatto il classico (o lo scientifico) dovrebbe essere venuto in contatto con "Le Bucoliche" di Publio Virgilio Marone (quello dell'Eneide), scritte nel 38 a.c.
Vi si parla dei buoni vecchi tempi, dei pastori dell'Arcadia, dell'età dell'oro, di quanto tutto era meglio "prima"... e sul modello degli "Idilli" di Teocrito (270 a.c.) che a sua volta si era ispirato etc. etc.
Dopo tutti questi anni, siamo ancora lì.
Arriviamo a 50 anni e scopriamo che le cose migliori in assoluto, in tutti i campi, sono già state fatte.
Invariabilmente, più o meno 25/30 anni prima. Dopo, solo rimasticature e decadenza.
Quindi le cose migliori della musica rock sono state fatte, a seconda dell'età dell'interlocutore, negli anni '50 da Presley e co., oppure dai Beatles e dai Rolling Stones nel 1965, dai Genesis nel 1972 o da David Bowie nel 1973, dai Clash nel 1977 o dai Joy Division nel 1980, e via di seguito. L'importante è aggiungere sempre che, dopo, è tutta spazzatura.
E siccome "noi" che abbiamo più o meno 50 anni adesso siamo "quelli del rock", che in teoria erano contro la banalità e l'establishment, mi viene una grandissima tristezza a vederci trasformati nell'equivalente brontolone dei "matusa" di quando eravamo giovani noi, che a loro volta etc.
In sintesi, le tre sindromi si possono riassumere in una sola parola: rincoglionimento.
Dio volendo, spero di risparmiarmelo (e non vale scrivere nei commenti che non ho motivo di preoccuparmi perchè ci sono già...)
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Alessandro Limonta
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Storie
Talking Heads a Bologna. 30 anni fa...
Accetto con molto piacere l'invito di Alle e butto giù due cose senza pretese, per ricordare il trentennale del più straordinario concerto a cui abbia assistito, anche perchè Alle mi ha fatto notare che, non facendolo, ucciderei un cucciolo, per cui... in ogni caso... IL BOSS mi ha sfinito... e così ne salvo un paio, quantomeno.
Allora, perchè celebrare il trentennale di quel concerto? Per il semplice motivo che i Talking Heads, e David Byrne in particolare, son coloro che han fatto cambiare il mio modo di vedere e concepire la musica.
Correva il 1980 ed io ero un giovincello che da un paio d'anni si era tuffato in quella che era una vera e propria rivoluzione musicale... il punk prima, la new wave dopo, con la loro dirompente voglia di novità, di distacco dal passato, un mondo musicale incancrenito da disco music e supergruppi vari.
Conoscevo già, ovviamente, i T.H., ma il mio approccio era, come dire, di natura più "intellettuale" (in senso lato)... ascoltavo gruppi come Joy Division, Cure, Pil... il tutto alquanto seriosamente.
Con la stessa logica, quindi, mi recai a Bologna, per assister al loro concerto, e inizialmente mi trovai ad ascoltare un concerto normale, bello, ma senza particolari sorprese. Oddio,una piccola sorpresa c'era stata fin da subito... primo pezzo psycho killer, e oltre ai 4 (Byrne, Weimouth, Harrison, Frantz), spiccava un quinto elemento, un chitarrista che già sapevo pazzesco per averlo sentito con Zappa prima e Bowie poi... parlo naturalmente di Adrian Belew, che iniziò a sconvolgerci fin da subito... poi fu il turno di "Warning Sign", di "Cities", di "Drugs"... tutto bello, ma direi nella norma... uno alla volta, però, cominciarono ad aggiungersi nuovi musicisti... un tastierista (Bernie Worrell, già Funkadelic... Buster Jones, favoloso bassista, Steve Scales, percussionista... Doett Mcdonald, corista)
A questo punto il suono improvvisamente cambiò, sulle note di "I Zimbra", trasformando quello che era stato fino a quel concerto un normale concerto nel più incredibile miscuglio fra funky e musica ballabile che avessi mai sentito.
Tutto il pubblico avvertì il cambiamento, tutti inziarono a guardarsi, cercando di capire cosa stesse succedendo... nel giro di pochi minuti i 10.000 del palazzo cominciarono a ballare e saltare... in mezzo a quel caos c'ero pure io, ovvio... mai divertito tanto a un concerto in vita mia.
Le canzoni di "Remain in Light" scorsero una dopo l'altra, fino al bis di "The Great Curve", con un Belew addirittura pazzesco... a fine concerto mi ritrovai esausto e, come dicevo, mi resi conto che la mia idea della musica era sostanzialmente cambiata... non solo cervello, ma anche gambe e stomaco... in realtà, si trattava di musica assolutamente intellettuale, la miglior miscela fra musica bianca e nera mai sentita, ma tant'è... in ogni caso... la cosa migliore credo sia postare anche un brano... qui non siamo a Bologna, ma a Roma il giorno dopo, per cui cambia poco...
Allora, perchè celebrare il trentennale di quel concerto? Per il semplice motivo che i Talking Heads, e David Byrne in particolare, son coloro che han fatto cambiare il mio modo di vedere e concepire la musica.
Correva il 1980 ed io ero un giovincello che da un paio d'anni si era tuffato in quella che era una vera e propria rivoluzione musicale... il punk prima, la new wave dopo, con la loro dirompente voglia di novità, di distacco dal passato, un mondo musicale incancrenito da disco music e supergruppi vari.
Conoscevo già, ovviamente, i T.H., ma il mio approccio era, come dire, di natura più "intellettuale" (in senso lato)... ascoltavo gruppi come Joy Division, Cure, Pil... il tutto alquanto seriosamente.
Con la stessa logica, quindi, mi recai a Bologna, per assister al loro concerto, e inizialmente mi trovai ad ascoltare un concerto normale, bello, ma senza particolari sorprese. Oddio,una piccola sorpresa c'era stata fin da subito... primo pezzo psycho killer, e oltre ai 4 (Byrne, Weimouth, Harrison, Frantz), spiccava un quinto elemento, un chitarrista che già sapevo pazzesco per averlo sentito con Zappa prima e Bowie poi... parlo naturalmente di Adrian Belew, che iniziò a sconvolgerci fin da subito... poi fu il turno di "Warning Sign", di "Cities", di "Drugs"... tutto bello, ma direi nella norma... uno alla volta, però, cominciarono ad aggiungersi nuovi musicisti... un tastierista (Bernie Worrell, già Funkadelic... Buster Jones, favoloso bassista, Steve Scales, percussionista... Doett Mcdonald, corista)
A questo punto il suono improvvisamente cambiò, sulle note di "I Zimbra", trasformando quello che era stato fino a quel concerto un normale concerto nel più incredibile miscuglio fra funky e musica ballabile che avessi mai sentito.
Tutto il pubblico avvertì il cambiamento, tutti inziarono a guardarsi, cercando di capire cosa stesse succedendo... nel giro di pochi minuti i 10.000 del palazzo cominciarono a ballare e saltare... in mezzo a quel caos c'ero pure io, ovvio... mai divertito tanto a un concerto in vita mia.
Le canzoni di "Remain in Light" scorsero una dopo l'altra, fino al bis di "The Great Curve", con un Belew addirittura pazzesco... a fine concerto mi ritrovai esausto e, come dicevo, mi resi conto che la mia idea della musica era sostanzialmente cambiata... non solo cervello, ma anche gambe e stomaco... in realtà, si trattava di musica assolutamente intellettuale, la miglior miscela fra musica bianca e nera mai sentita, ma tant'è... in ogni caso... la cosa migliore credo sia postare anche un brano... qui non siamo a Bologna, ma a Roma il giorno dopo, per cui cambia poco...
Il giorno più noioso del secolo

Il giorno più noioso del Novecento, secondo i calcoli algoritmici di un computerone in mano a scienziati di Cambridge, UK, ha deciso: quel giorno è stato domenica 11 aprile 1954. Quella domenica, pare, in tutto il mondo non successe praticamente nulla. A parte le elezioni in Belgio, la morte di un calciatore di football inglese, Jack Shufflebothan, e la nascita del futuro rettore della facoltà di ingegneria di Birkent in Turchia. True Knowledge, il vero sapere, l’algoritmo in questione, ha passato in rassegna 300 milioni di eventi per giungere a stabilire ciò. A parte che dubito che il computerone possa aver saputo quanto, magari, gli abitanti di un villaggio sulla costa meridionale del Messico quella domenica pomeriggio se la siano spassata divertendosi un sacco, o quanto gli abitanti della foresta del Burundi possano non essersi annoiati cercando di sopravvivere alla fame, è una data significativa. 11 aprile 1954.
Quella domenica 11 aprile 1954, un simpatico cantante grassottello con un impossibile ciuffo imbrillantinato sula fronte, stava per recarsi a New York City. Probabilmente per lui, come per mezzo universo, quella domenica fu noiosissima. Non sarebbe stato così il giorno successivo. Lui e la sua band avevano lasciato da poco l’etichetta per cui incidevano, la Essex Records, e con cui avevano raggiunto un paio di successi in classifica il più notevole dei quali una ripresa di Shake Rattle and Roll che erano riusciti a portare al numero uno della chart R&B. Ma avevano firmato per una ben più prestigiosa etichetta, la Decca Records. Lunedì 12 aprile 1954 avevano appuntamento ai Pythian Temple Studios della Grande Mela per una seduta di registrazione. La seduta quasi andò a quel paese perché il battello che li trasportava da Philadelphia rimase bloccato per qualche motivo. Comunque ce la fecero. D’altro canto gli appuntamenti con il destino non si sfuggono. Che destino sarebbe se no? Li aspettava il produttore Milt Gabler che in passato aveva lavorato anche con Billie Holiday. Lavorarono tutto il giorno, secondo il suo suggerimento, a un brano intitolato Thirteen Women (and Only One Man in Town), un titolo decisamente molto rock’n’rol. Ma il rock’n’roll non esisteva ancora. Per poche ore.
Il cantante cicciotello e dall’impossibile ciuffo sulla fronte faceva di nome Bill Haley. La sua band, The Comets. Da qualche parte a Memphis un bel ragazzone di nome Elvis stava guidando il camion per cui faceva l’autista, facendo sogni di... no, il rock’n’roll non c’era ancora. Ma sognava forte il ragazzo. In quello studio di New York invece, dopo una estenuante giornata di inutili registrazioni, Bill e i suoi ragazzi, decidono di provare un altro pezzo. E’ una canzone che è stata già incisa un paio di anni prima, un blues scritto da Max C. Freedman and James E. Myers. In studio c’è anche un chitarrista, un italo americano dall’assurdo nome di Danny Cedrone che aveva già registrato in passato con Bill Haley. Il pezzo che decidono di fare si intitola Rock Around the Clock. Ne fanno due registrazioni, poi il tecnico in studio le monterà assieme. L’assolo di chitarra che ne tira fuori Cedrone passerà alla storia come uno dei più significativi assolo di chitarra rock di tutti i tempi. Purtroppo per lui, non farà in tempo a gustarne la gloria: il 17 giugno di quell’anno cade da una scalinata e muore sul colpo. Ci sarà molto più da divertirsi però nel prossimo futuro. Rock Around the Clock viene pubblicata come B side di Thirteen Women (and Only One Man in Town) poche settimane dopo. Viene bellamente ignorata dal pubblico e si rivela un flop. Fino a circa un anno dopo, quando inserita nella colonna sonora del film Blackboard Jungle, epsloderà a livello mondiale. Ma soprattutto farà esplodere qualcos’altro: la grande festa del rock’n’roll. Che noiosa proprio non si potrà mai definire. Magari di basso livello a volte, ma mai noiosa, almeno quanto una domenica 11 aprile 1954. Sebbene nel luglio di quello stesso anno il ragazzone di Memphis che faceva l’autista di camion indovinava anche lui la canzone “evento” che avrebbe aiutato ad accendere la miccia del più grande party del secolo scorso – che a buon conto sembra ancora non essere finito – Rock Around the Clock sarebbe passata alla storia come l’inno ufficiale dei giovani ribelli degli anni 50, e la canzone che più di ogni altra, anche più di quelle del ragazzone di Memphis, avrebbe portato il rock’n’roll nella cultura popolare mondiale.
Eh sì, quell’11 aprile 1954 era proprio una noia. Ci voleva qualcuno che il giorno dopo cambiasse il corso degli eventi. D’altro canto, come dice lo scrittore americano Greil Marcus, “il rock’n’roll è quella cosa misteriosa che sembra venuta dal nulla e che ha cambiato il corso degli eventi”. Coincidenze? No. A meno che non siate così superficiali da non credere a quel ragazzo di colore che un giorno a un incrocio si vendetta l’anima al diavolo per suonare il blues. Perché il diavolo esiste. E anche il rock’n’roll. Around the clock.
Rolling Vietnam

Rolling Vietnam, radio-grafia di una guerra
Di Nicola Gervasini
(Pacini Editore, 184 pgg., 15 euro)
Evviva. Finalmente in Italia si muove qualcosa almeno nel modo di fare libri rock. Questo Rolling Vietnam di Nicola Gervasini, giornalista e appassionato di musica, è l’esempio. Basta con le bio-agio-mono-spacca-grafie che impestano da decenni le librerie. Innanzi tutto, come potrà mai un italiano fare un libro serio su un artista anglo-americano? Ovvio (lo so perché ne ho fatti anche io), copiando qua e là da libri già pubblicati all’estero. Oppure i cento-mila-milioni meglio dischi del rock, o i concerti. Ma non c’è nulla di originale che chiunque conosca un po’ l’inglese non abbia già letto e riletto.
Certo, anche un italiano che parli della guerra in Vietnam appare bizzarro. Personalmente sono così vecchio da ricordare un tg dei primi anni 70 con un servizio dal Vietnam, in cui – ricordo benissimo – si vedeva questo elicottero con a bordo soldati armati di mitra e il giornalista che diceva come “quelli del Nord” avesero appena lanciato una pericolosa offensiva che stava portando guai seri a “quelli del sud”. Siccome da piccolo uno dei miei giochi preferiti era fare “nordisti contro sudisti” (guerra di Secessione americana, secolo XIX) e io ero un nordista fiero e orgoglioso, ricordo che tifai per “quelli del nord”, tranne realizzare qualche anno dopo e più grandicello dopo aver visto i boat people e i campi di rieducazione (lager) che forse quella vittoria non era poi stata quella gran figata di cui cantava anche Eugenio Finardi. Tantè.
Il libro di Nicola Gervasini è un gran bel libro perché piuttosto che analisi socio politico musicale, è una sorta di romanzo rock. Ecco come vanno scritti i libri musicali. Romanzi. Perché non c’è miglior romanzo (dunque anche un po’ ficiton come ogni romanzo) che la musica rock. E Gervasini lo fa benissimo, tenendo un ottimo ritmo, raccontando la storia di un certo David che un giorno trova nella soffitta un vinile degli Almanac Singers – oddio chi erano costoro? – e da lì parta un recupero della memoria, non solo del protagonista, ma di una nazione, l’America. C’è di mezzo il padre di David, scomparso da poco, c’è la guerra in Vietnam e c’è tantissima musica rock, che fu la colonna sonora di quegli anni tragici e appassionanti.
Ecco perché una radio-grafia. Perché leggere questo libro fa venire voglia di correre a mettere su quei dischi che hanno raccontato quegli anni. Come ascoltare una radio. E Gervasini traccia senza perdere un pezzo (lo sapevate che Daniel di Elton John parla di un reduce del Vietnam?), una citazione, un passaggio storico-musicle. Un libro che è un juke box, un jukebox che è un romanzo. Good job.(Il libro è impreziosito da una introduzione del cantautore americano Willie Nile e una dell'italiano Massimo Priviero).
Dopo la fanzine Rockgarage Marco Pandin continua con la Catfood Press
Marco Pandin dopo aver chiuso il ciclo di Rockgarage (fanzine ed allegati sonori), ha proseguito creando una nuova etichetta indipendente, la Catfood Press. L’idea era di continuare a stampare nuovo materiale però distribuendolo diversamente, senza intermediari. Ho fatto quattro chiacchiere con Marco sulla Catfood Press, che ha rappresentato un importante passo per arrivare all’attuale etichetta Stella*Nera. Domanda: Marco, dopo la chiusura della fanzine e della etichetta discografica Rockgarage, non sei riuscito a stare fermo, vero?
Risposta: Non è andata proprio così, non si è trattato di un semplice voltare pagina, o di un improvviso cambiamento di scena e di progetti. Per spiegare meglio la situazione va fatta una premessa, certo un po’ troppo lunga ma necessaria. Nel giro di un paio d’anni Rockgarage aveva cambiato dimensioni, da una fanzine a mentalità e diffusione locale sembrava diventare un affare nazionale, o perlomeno ci si stava arrivando. Andavo spesso a Roma per lavoro e lì ho incontrato più volte Marcello Baraghini, che già ci aveva offerto la copertura legale di Stampa Alternativa: si pensava di dare a Rockgarage una periodicità regolare e con il suo sostegno tecnico sarebbe stato possibile. L’idea era di fare press’a poco come qualche anno dopo avrebbe fatto Giacomo Spazio con Vinile, un contenitore con dentro un disco 7” e un numero di pagine standard, il tutto fatto circolare a basso prezzo. A partire dal terzo numero, quindi dal 1983, abbiamo affidato una parte della tiratura di Rockgarage alla distribuzione commerciale. Lo stesso passo è stato fatto coi dischi: avevamo partecipato nel 1984 al primo meeting delle etichette indipendenti a Firenze e stabilito contatti con un sacco di gente, la voce girava, sono comparse su giornali e altre fanzine le prime recensioni e segnalazioni. Ritrovarsi segnalati su Sound Choice o Maximum Rock’n’Roll significava avere posta in arrivo da gestire per settimane e quindi contatti e spedizioni e scambi che andavano avanti per mesi. C’è una cosa da sottolineare: vorrei ricordare che eravamo un gruppo improvvisato di ventenni, dilettanti, dopolavoristi. Il successo di Rockgarage era senz’altro un’esperienza positiva, ma gestirlo era sempre più difficile e impegnativo. Io, che pure ne ero radicalmente coinvolto da prima del primo numero e del primo disco, Rockgarage non l’ho mai vissuto come “un lavoro” o “un obbligo”, era solo una parte della mia vita, non il nodo in cui si concentrava tutta la mia vita. Era una buona idea, questo sì, ma ne avevo anche altre in testa, e anche altri pensieri tipo la scarsa salute dei miei genitori, avevo altri problemi, per dire, casa e lavoro e sopravvivenza spicciola, altri interessi. Arrivavano lettere e richieste ogni giorno e quindi c’erano pacchi da fare e da spedire ogni giorno, e nelle buste delle lettere c’erano spesso anche dei soldi o dei francobolli, arrivavano vaglia, insomma c’era quel minimo di contabilità da tenere e col volontariato e l’improvvisazione e il dilettantismo si arrivava fino a un certo punto ma poi basta. Ci voleva insomma una quantità di tempo e di attenzione sempre maggiore, tempo ed attenzione che nessuno di noi aveva, io meno che meno, così abbiamo trovato chi poteva mettere a disposizione un po’ del suo tempo e della sua attenzione per noi, in cambio di soldi ovviamente. Il nostro principale punto di riferimento per la distribuzione era un ragazzo di Venezia che si era inventato praticamente dal niente un lavoro, uno con cui s’era fatta una certa amicizia e che era entrato nel nostro giro, e noi un po’ nei suoi. La scena indipendente di allora era costituita in grande parte da gente così, ragazzi più o meno come noi per cui c’era una certa tendenza alla fiducia reciproca ed alla collaborazione perché ci si riconosceva ciascuno nell’altro, eravamo ciascuno a suo modo impegnati a costruire un mondo.
Erano ragazzi come noi quelli che suonavano nei gruppi e stampavano le fanzine, ed erano anche ragazzi come noi che aprivano dei piccoli negozi di dischi e dei piccoli locali: negozi come il Backdoor di Torino, locali come il Banale di Padova e il Victor Charlie di Pisa, sono tutte cose che sono state messe in piedi e fatte funzionare da gente che negli anni Ottanta aveva vent’anni. Purtroppo la fiducia è stata spesso mal riposta: noi siamo stati particolarmente sfigati, diciamocelo pure, ma non siamo stati certo un caso isolato, Rockgarage è stata solo una delle tante iniziative costrette a chiudere perché ci si ritrovava improvvisamente senza soldi e soprattutto senza che ce ne fosse un motivo, perché il materiale andava sì richiesto dai vari distributori e negozi e poi diffuso e venduto, però non veniva praticamente mai pagato. A dirne una Vittore Baroni e Piermario Ciani, sebbene Trax fosse un progetto molto meno traballante e disorganizzato di Rockgarage, hanno avuto esattamente gli stessi nostri problemi nel recuperare i crediti. Il non pagare era una pratica diffusa e comune sia ai negozi e distributori tradizionali che ai cosiddetti “alternativi”. I primi prendevano il grosso del materiale in nero, tipo cinquanta-cento-duecento copie, e solo cinque-dieci-venti fatturate, qualcuno magari ti dava un’elemosina di anticipo e se sollecitavi il saldo spesso ricevevi solo risate, tante volte a malapena riuscivi a presentarti che il telefono te lo sbattevano in faccia. Mica potevi prendere il treno e andare a Firenze o a Zurigo o a Tokyo e piazzarti lì davanti al negozio e piantare un casino: in fin dei conti le ricevute quando c’erano erano banali pezzi di carta con un timbro e una firma del cazzo sopra, e sarebbe stato controproducente sostenere i costi di una causa legale per recuperare quella miseria che risultava regolarmente fatturata. Con gli “alternativi” era meno complicato, si facevano degli scambi: certe cose importate erano solo in vendita, e questo è comprensibile, ma se concordavi uno scambio per dire con la Diavlery di Bologna poteva succedere, e infatti succedeva, che ti arrivava solo una parte del materiale perché nel frattempo le loro scorte si erano esaurite, e poi andava tutto a dissolversi in una nebbia di dimenticanze e pressapochismo. Quelli del Virus di Milano erano senz’altro più coerenti: non hanno mai rispettato gli accordi, prendevano il materiale ma poi non ti davano un cazzo, a me non è mai arrivato un pacchetto che sia stato uno. All’estero mica era diverso: anche negozi e distributori affermati come Blacklist Mailorder in California, che avevano preso contatto con me inviando un biglietto di referenze su carta intestata di Alternative Tentacles firmato da Jello Biafra, e addirittura i compagni insospettabili di No Man’s Land, Rec Rec, Eastern Works e Ayaa Disques (rispettivamente le basi tedesca, svizzera, giapponese e francese della Recommended inglese, non so se mi spiego) hanno richiesto e preso centinaia di copie di dischi e cd senza pagare un soldo né offrire neanche qualche fondo di magazzino in scambio. Pensa che dalle cassette dei Crass, pubblicate e ci tengo a sottolinearlo con regolare autorizzazione da Catfood Press, quelli di Blacklist hanno ricavato e stampato prima in vinile e poi in cd un bootleg. Tuttora lo si trova in vendita su siti anarchici e antagonisti tipo amazon.com, so che ne hanno vendute un bel po’ ma so anche che alla Dial House non hanno mai mandato un cazzo. Tornando alla tua domanda, nella mia linea del tempo la fanzine e l’etichetta Rockgarage, Catfood Press e poi P.E.A.C.E. e le attività con la A/Rivista Anarchica e stella*nera si sovrappongono, coesistono, sono una la prosecuzione, la mutazione, la degenerazione dell’altra. Un giorno io e i miei compagni di Rockgarage ci siamo ritrovati improvvisamente senza soldi, ma non è stata quella la catastrofe, non credo che a farci smettere sia stato il vuoto improvviso in cassa: il problema è stata la tristezza, l’amarezza per essere stati derubati di tutto. E’ stata senza dubbio un’occasione per crescere, per smetterla una buona volta con i cazzeggi e guardare in faccia la realtà, cominciare a fare sul serio con la vita. Ho continuato a scrivere e a interessarmi di musica perché mi è sempre piaciuto farlo, non è che non ero capace di stare fermo e allora dopo Rockgarage mi sono inventato un qualche altro giocattolo. In tutta onestà mi sembra di aver fatto praticamente sempre la stessa cosa, magari adattandomi meglio all’ambiente, cercando di ripararmi meglio dal maltempo.
D: La prima pubblicazione della Catfood Press fu il libro dedicato ai Crass e al movimento anarcopunk inglese.R: Ho messo insieme un’intervista e le traduzioni dei loro testi, fatte da me e da altri amici e compagni, più un indirizzario di fanzine, gruppi, etichette, associazioni e centri culturali inglesi frutto di contatti presi personalmente e tramite Rockgarage ed A/Rivista Anarchica. Ho raccolto il tutto in un centinaio di pagine fotocomposte da me nei ritagli di tempo libero e che ho fatto stampare alla tipografia Utopia, dove stampavamo Rockgarage. A ogni copia ho allegato un flexi che qualche tempo prima veniva diffuso con la fanzine “Toxic graffiti” curata da Andy Palmer, uno dei chitarristi dei Crass. In quell’anno, nel 1984, ho iniziato a collaborare regolarmente con la A/Rivista Anarchica. Per via di quel che ci siamo detti finora ero davvero in serie difficoltà economiche e non potevo mandargli dei soldi come avrei voluto, così un giorno ho pensato che sarebbe stato bello sostenerla tramite quelle produzioni discografiche ed editoriali che sapevo fare e che mi piaceva fare. Direi che è nato tutto da qui, e che la cosa sta andando avanti da allora, con alti e bassi, anzi devo dire con alti e basta, e pure con delle grosse soddisfazioni.
D: Leggendo i titoli delle uscite della Catfood Press noto che i contenuti sono più politici e anarchici, vero?
R: Con gli anarchici mi sono sempre trovato bene, per me è una buona compagnia. Avevo cominciato a frequentarne quando a sedici-diciott’anni bazzicavo a Radio Mestre 103, era tutta gente più vecchia di me ma che mi trattava con rispetto anche se ero solo uno sbarbatello, pensa che con qualcuno ci si vede e ci si sente ancora adesso. Poi mi fermavo spesso e volentieri alla libreria Utopia di Venezia quando andavo all’università. Insomma mi s’era innescata una miccia da qualche parte dentro al cuore e mi sentivo attratto da quei giri e da quelle frequentazioni. La cosa è poi continuata, ho partecipato alle riunioni della redazione della A/Rivista e conosciuto tanti compagni. Sono sempre stato accolto a braccia aperte quando mi presentavo in una libreria o in un qualche centro o collettivo anarchico all’estero con una copia di A e gli mostravo il mio nome scritto lì sopra. Tante delle persone con cui mi sento più legato ed a mio agio le ho conosciute ed incontrate in giri anarchici.
D: Come selezionavi il materiale da pubblicare?R: Ho concentrato l’attenzione su quello che mi stava succedendo allora, sulle mie frequentazioni inglesi, i miei nuovi amici: nel 1982 ho conosciuto John Loder e dal 1983 sono stato più volte dai Crass a Dial House, poi loro tramite ho potuto incontrare personalmente anche altri musicisti e gruppi che mi piacevano come Adrian Sherwood, Flux of Pink Indians, Omega Tribe e Poison Girls etc. Riuscivo ad andare a Londra anche tre o quattro volte in un anno spendendo pochissimo con l’aiuto di un’amica che lavorava in un’agenzia di viaggi: spesso le riusciva di imbucarmi in una comitiva, a volte saltava fuori un biglietto a scrocco ma dovevo partire tipo la sera stessa e tornare due-tre giorni dopo. Dormire a Londra non è mai stato un problema: case occupate, una branda in ostello, il divano di qualcuno conosciuto per caso. In breve sono riuscito a recuperare molto materiale, dischi e cassette soprattutto, ma anche fanzine, libretti e volantini, tutte cose che qui non giravano granché. Ho cominciato a raccogliere le traduzioni dei testi dei Crass perché mi interessavano personalmente, poi mi sono reso conto che era una storia troppo grossa per tenerla per me, bisognava condividerla, bisognava far sapere che a mille chilometri di distanza c’era della gente che stava facendo certe cose che per me erano importanti, ero convinto sarebbe stato possibile adattarne l’ispirazione alla nostra diversa sensibilità e magari fare non dico altrettanto ma almeno provarci. Dei Flux ho tradotto uno scritto diffuso ai loro concerti del 1984, qualche tempo prima avevo conosciuto Annie Anxiety così ho tradotto alcune cose scritte da lei, poi nell’ottobre 1984 l’ho accompagnata durante un breve giro in Italia durante i giorni del convegno internazionale anarchico a Venezia. Di Pete Wright ho tradotto un articolo pubblicato dal quindicinale pacifista Peace News. Un paio di altre cassette erano in lavorazione, erano registrazioni di Current 93 e Nurse With Wound che mi aveva mandato David Tibet, ma avevo ricevuto solo autorizzazioni piuttosto vaghe così ho lasciato stare. Nel corso del 1986 ho lavorato a “F/Ear this!”, che ho pubblicato l’anno successivo e che è stata l’ultima cosa in cui è stata coinvolta Catfood Press.
D: In quali altri aspetti si differenzia la Catfood da Rockgarage?R: Catfood Press non era un’etichetta indipendente, nel senso che non si è occupata di musica e di dischi quanto piuttosto di ragionamenti. Per me c’era essenzialmente l’esigenza di trovare un modo per far circolare delle idee, per forza di cose veicolate tramite un supporto cartaceo o discografico, senza passare obbligatoriamente per i centri di distribuzione, né quelli commerciali né quelli alternativi. Mica c’era internet, allora: si andava avanti a fotocopie, posta, cose così. Rispetto a Rockgarage le tirature erano più basse: trecento copie la cassetta dei Death in June, complessivamente seicento copie il concerto per Peace News, i libretti con le traduzioni di Flux, Annie e Pete sono circolati in tirature di due-trecento copie ciascuno. Ho osato alzare il tiro con “F/Ear this!”, milleduecento copie in vinile e non so se trecento o cinquecento cassette, dovrei andare a vedere le vecchie carte.
D: Avevi collaboratori o hai preferito non coinvolgere nessuno?
R: Vittore Baroni mi ha aiutato enormemente con la realizzazione di “F/Ear this!” curando il libretto che è stato allegato all’edizione su vinile, anche il nome della raccolta l’ha pensato lui. Non ho fatto io alcune delle traduzioni dei testi dei Crass pubblicate nel libro, per il resto direi che ho fatto tutto da solo, dalle registrazioni dei concerti all’impaginazione, alla stampa, alla confezione. E buona parte delle spedizioni.
D: Parliamo della distribuzione dei materiali Catfood, hai fatto come per Rockgarage o…
R: Purtroppo non sono riuscito a mandare avanti da solo anche la distribuzione e sono stato proprio un coglione, ho continuato per troppo tempo ancora a fidarmi dei giri “alternativi”. Tra i punks e gli indipendenti di Milano, Venezia, Torino e Bologna sono state diffuse più di ottocento copie del libro dei Crass, due terzi della tiratura quindi, ma non è ritornata una lira. Anzi no, non è corretto: solo dopo un bel po’ di mesi mi è arrivato da Bologna come scambio un pacco semidistrutto con dentro delle copie ondulate insuonabili e invendibili di un picture disc dei CCCP. I libretti con le traduzioni dei Flux, di Annie e di Pete li ho fatti girare da solo. Ho cercato di arrangiarmi da solo anche con la diffusione delle cassette del concerto benefit per Peace News, purtroppo mi sono state fregate quasi tutte quelle dei Death in June. Pensa che ne è stata fatta anche un’edizione taroccata (la cassetta originale era accompagnata da un libretto e un badge) e poi anche un bootleg su cd, Douglas Pearce temeva che fossi coinvolto, figuriamoci. Per ritornare brevemente al discorso di prima sui rapporti non sempre corretti con i distributori, i flexi da allegare al libro erano stati inviati dai Crass ai Raf Punk assieme ad altro materiale che avevano ordinato, e Giampi ha preteso da me 120mila lire giustificandole come costo vivo del materiale, soldi che io gli ho dato subito e senza fiatare. Poco tempo dopo, parlando con i Crass, sono rimasti tutti molto sorpresi di questo fatto perché i flexi erano un regalo, mica erano da pagare. Mettiamola così, diciamo che è stato un altro contributo per la causa. Non so se si capisce il sarcasmo, forse dovrei metterci degli emoticon per stemperare la delusione e rendere tutto più simpatico. Difficile dimenticare quel tizio di Sottosopra di Grosseto che dopo un paio di lettere e varie telefonate ha ordinato roba per quasi mezzo milione inviando per fax alla A/Rivista Anarchica la ricevuta di un versamento che è poi risultato non essere mai stato effettuato. Ho tenuto per ricordo un bel pacco di fotocopie di ricevute, resoconti, lettere senza risposta e fax spediti a vuoto: non c’è mai stato nessuno dall’altra parte, neanche quando qui si è trattato di affrontare emergenze per cure mediche e funerali.
D: Cosa facevi per far conoscere le uscite della Catfood Press?
R: Avevo accumulato un bel giro di posta girando a Londra e in Francia, c’era l’indirizzario di Rockgarage, stavo prendendo molti nuovi contatti grazie alla A/Rivista Anarchica. Ho usato il passaparola, innanzitutto: fotocopiavo dei bigliettini che mettevo nella posta in uscita. Poi era importante arrivare ad occupare un po’ di spazio su certa stampa musicale: una segnalazione su Rockerilla o sul Mucchio ha sempre garantito un bel numero di richieste.
D: Nel catalogo spicca la band dark o gothic inglese dei Death In June, come ci sono entrati?R: Sono venuti a suonare a Venezia, volevo incontrarli e l’ho fatto: era l’unica maniera per sapere le cose direttamente dalla fonte. Alla metà degli anni Ottanta non era come adesso, che ti piazzi davanti a una tastiera e un monitor e in pochi minuti raccogli informazioni da mezzo mondo. Le cose si venivano a sapere in ritardo, specie se non viaggiavano tramite i telegiornali o la stampa ufficiale. Pensa al punk qui in Italia, noi ragazzi alla fine degli anni Settanta stavamo ancora vivendo la nostra parte di Sessantotto, io ascoltavo Henry Cow e Stormy Six, in radio e nelle strade giravano gli Area ed Eugenio Finardi, si discuteva di aborto, proletari in divisa e obiezione di coscienza, altro che Sex Pistols e spillette. A Milano, forse, Torino, Roma, nelle città grandi. Ma qua in provincia nel Nordest non arrivava niente. La nostra era una cultura giovanile lenta, organizzata accumulando libri e dischi presi in prestito e mai restituiti, fotocopie, ritagli di giornali, lettere, telefonate, cassette copiate, incontri. Al tempo giravano voci incontrollate, si diceva che i Death in June fossero degli attivisti o quantomeno dei simpatizzanti di estrema destra, gente da evitare, anzi da schiacciare, da annientare. La stampa musicale inglese aveva stroncato il loro album “Nada!”, dentro c’erano canzoni oscure, difficili e misteriose, diverse dall’immediatezza punk caciarona che andava di moda. Le informazioni che avevo io erano invece ben diverse, dalle fanzine si sapeva che Douglas Pearce e Tony Wakeford anni prima erano nei Crisis, un gruppo punk che bazzicava piuttosto i giri di Rock Against Racism e dell’Anti Nazi League, tramite amici e compagni inglesi sapevo anche che i Death in June avevano presentato quel loro album così controverso al 100 Club di Londra in una serata organizzata da David Tibet con Current 93, Annie Anxiety e D&V. Insomma, all’infiltrazione dei fascisti nel punk anarchico non ci credevo mica tanto, la stampa ha ogni tanto bisogno di streghe da bruciare per distrarre la gente dalla noia. Penso che Rockerilla, che al tempo ha dedicato alle dichiarazioni di Douglas Pearce uno spazio consistente, sebbene leggermente sforbiciato, abbia aiutato a portare un po’ di luce in quelle tenebre di disinformazione.
D: La Catfood Press conclude la sua vita con la compilation “F/Ear this!” che purtroppo non ho mai visto e ascoltato. Me ne vuoi parlare?R: L’ idea era raccogliere in giro contributi di vario genere, musiche, canzoni, testi, disegni tutti ricollegati o ricollegabili a un tema comune, la “paura”. Il 1984 era appena passato ma si discuteva comunque di centrali atomiche e guerra nucleare, il “non futuro” punk era diventato un buco nero di disoccupazione e sfruttamento. Si viveva nell’onda lunga dell’asse Reagan-Thatcher e del possibile conflitto tra i blocchi dell’Est e dell’Ovest in Europa, il muro di Berlino era saldamente in piedi e la Yugoslavia e la Cecoslovacchia e l’URSS pure, c’era appena stato l’incidente di Chernobyl, cose così, non è che nel 1986-1987 si vivesse così tranquilli, tra new wave e sorrisi di socializzazione. Non è come raccontano alla televisione nei programmi di revival: il dilagare di gruppi pop col sintetizzatore non ha reso gli anni Ottanta meno difficili. Nel pensare “F/Ear this!” c’era insomma la voglia di raccogliere e raccontare questo malessere e questa disperazione con un linguaggio diverso, in una parola si è cercato di non passare per la strada più facile, attraverso i soliti slogan punk tipo fotti-il-sistema che comunque non sentivamo come nostri. S’è fatta girare la voce e dopo un po’ sono arrivati contributi da mezzo mondo: poesie, disegni, ore e ore di registrazioni. Proprio come si sperava le forme espressive sono le più varie, spaziano dall’improvvisazione al rumorismo, si sono sperimentate contaminazioni e ibridi sonori, sono arrivate tantissime cose scritte, poesie, testi, disegni, collage. Hanno partecipato tanti musicisti sconosciuti ma inaspettatamente anche qualche nome noto come gli inglesi Nurse With Wound ed i tedeschi Embryo. Non mi aspettavo una risposta di queste dimensioni e per forza di cose ho dovuto mettere dei limiti, tipo stabilire una certa durata massima e una data di scadenza del progetto, ma tanti contributi hanno continuato ad arrivare per mesi e mesi, anche quando il disco era già stato pubblicato. Il grosso dei contributi è purtroppo rimasto tagliato fuori.
D: Hai in mente di ripubblicare questo materiale?R: Buona parte delle traduzioni dei testi dei Crass, ben sistemate e corrette, sono disponibili sulle pagine web di stella*nera. C’è anche il testo di “A tissue of issues” di Pete Wright, tra qualche tempo rivedrò e renderò disponibili anche alcune traduzioni di Annie Anxiety. Con il supporto tecnico di Marco Giaccaria, che con Marco Milanesio in questi anni mi ha aiutato a salvare alcune delle vecchie bobine e cassette dei Franti e non solo destinate alla corrosione, sono riuscito a recuperare buona parte delle registrazioni raccolte per questo progetto. Penso di riuscire a pubblicare “F/Ear this!” su cd entro qualche mese, anche con dei testi, immagini e registrazioni che non avevano trovato posto nell’ edizione di allora. Lo stesso, dopo un periodo diciamo così di congelamento dovuto a problemi interni tra gli ex-Crass, sto per pubblicare il benefit per Peace News: le registrazioni sono state restaurate e digitalizzate da Paul Harding, uno dei tecnici dei Southern Studios. Verranno allegate ad un libretto che contiene un mio scritto, ritagli di interviste anche recenti, qualche foto del concerto e le traduzioni dei testi.
Riferimenti:
http://www.anarca-bolo.ch/Stellanera%20website/main.htm
Discografia Catfood Press
1. Crass “Anok4u” (libro e flexi-disc 7″, 1984)2. Annie Anxiety “Poesie e canzoni d’amore e rivoluzione” (libretto A4 fotocopiato, 1984)
3. Crass, Flux of Pink Indians, Annie Anxiety, D & V “Benefit concert for Peace News” (tre cassette C60 e due libretti A6 fotocopiati, registrate a Maggio del 1984 e pubblicate a Gennaio 1985)
4. Flux of Pink Indians “Thatcher wants us all to crawl on our fucking knees” (libretto A4
fotocopiato, 1985)
6. Death in June “The white hands of death” (cassetta C60 e libretto A6 fotocopiato + badge, 1985)
7. Pete Wright “A tissue of issues” (libretto A4 fotocopiato, 1985)
8. T-shirt serigrafata dei Flux Of Pink Indians cat/005, con aiuto di Giacomo Spazio (50 esemplari di colore bianco e 100 di colore grigio, 1985)
9. Various “f/ear this!” (2 lp e libretto o 2 cassette, 1987)
L' album dedicato alla Catfood Press:










