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Mogwai - Music For A Forgotten Future (The Singing Mountain)
Ritengo doveroso apporre un integrazione alla mia stroncatura di Hardcore di poco tempo fa. La classica special deluxe edition limited press etc. e quant'altro, famigerata direi, che quando va bene non aggiunge niente alla sostanza del disco principale e quando va male è letteralmente da buttare via.Ebbene, i Mogwai spiattellano tranquilli questo bonus cd come se niente fosse, ed io salto sulla sedia. Sono cose belle; dai uno dei tuoi gruppi storici per morti dentro e loro a sorpresa piazzano un colpaccio secco, così.
Music for a forgotten future è una suite di 23 minuti, senza ritmo, principalmente per archi e tastiere. Si potrebbe immaginare che sia farina del sacco di Burns, ma non importa. Ciò che conta è che si tratta di 23 minuti di purissima magia, una sorta di soundtrack struggente di quelle che provocano pelle d'oca. I primi 10 minuti vedono un interplay fra piano, Rhodes elettrico ed (immagino) un quartetto d'archi, un drones acuto in sottofondo; lo schema compositivo è di un minimalismo che potrebbe ricordare certe cose di Basinski o Library Tapes.
Molto lentamente il pezzo si evolve e verso la decina di minuti fa la sua comparsa anche una chitarra che ricalca il piano; gli archi continuano a spessorare con decisione il sottofondo.
Al terzo cambio sensibile, attorno ai 15 minuti, entra anche un basso pesante, le chitarre si distorcono un pochettino e l'enfasi sempre più solenne; ci si aspetta quasi che i Mogwai da un momento all'altro possano esplodere come nella loro tradizione, ed invece a sorpresa il pezzo implode su se stesso, scemando nel giro di mezzo minuto.
Ma non è ancora finita: dal pulviscolo atmosferico susseguente risorgono gli archi che eseguono il tema iniziale, in perfetta solitudine, a basso volume.
Un brivido scorre lungo la schiena.
Idaho - Cuori di Palma
La storia discografica di Jeff Martin, losangeleno classe 1964, si dipana ormai da un ventennio sotto il suggestivo moniker Idaho, ovvero come l’angusto e selvaggio stato nel nord degli USA. Passando attraverso diversi stili, cambiando continuamente il personale coinvolto nel progetto fino ad assumere praticamente lo status di one man band, ma mantenendo un livello personale e di integrità artistica invidiabili.
E pensare che ce ne ha messo del tempo, Martin, per emergere. Si forma come pianista classico e nel 1983 neanche ventenne tenta l’avventura, trasferendosi per un po’ di tempo a Londra, in cui registra del materiale da provinare ad una casa discografica chiamata Ensign. Evidentemente la cosa non funziona, visto che l’anno successivo torna a L.A. Qualche anno fa, un paio di quelle registrazioni sono state rese disponibili su www.slidingpast.com , che è uno dei 3 siti in cui si promuove, e mostrano Martin alle prese con un interessante synth-wave per certi versi vicina a Japan, Talk Talk e primi Tears For Fears.
Il resto del decennio lo vede militare in formazioni locali assolutamente sconosciute, a quanto pare mai arrivate al fatidico traguardo discografico. Nel 1990, però, succedono un paio di avvenimenti chiave: nasce il sodalizio con John Barry, chitarrista figlio di un attore di Hollywood, e a casa di un amico si ritrova in mano una chitarra acustica priva delle ultime due corde. Da lì nasce l’idea folgorante di una elettrica custom a 4 corde che da allora diventerà il veicolo principale delle sue composizioni almeno fino a quando, verso fine decennio, non deciderà di recuperare il buon vecchio pianoforte.
Nasce così Idaho, sotto forma di duo. Mentre Martin si occupa di composizioni, voce, chitarra custom e basso, Barry di batteria e di solista che, nelle sue mani, diventa un altro tratto estremamente distintivo; il suo suono lacerante, dilatato, in feedback quasi perenne, riflette l’inquietudine di un personaggio tossicodipendente che si adegua alla perfezione all’esistenzialismo perturbato di Martin. La Caroline se ne assicura le prestazioni e ad inizio 1993 esce prima un EP (The Palms) e poi l’album Year after year. La stampa tende ad inserirli nel calderone slow-core, insieme ad altre stelle come Codeine e Red House Painters (con cui peraltro divideranno un tour durante l’anno), ma era già chiaro come la cifra personale dei due fosse innegabile. Year after year è un disco quasi shockante nel suo lirismo, in cui si passa da meditazioni autunnali (The only road, Save) a vortici tempestosi (Here to go), da iperboli depressive (Gone, Sundown, Year after year) a brevi squarci di sereno (Skyscrape, One Sunday). God’s green earth, il pezzo di apertura, destinato a restare uno degli highlights di sempre di Martin, mette subito in campo le possibilità dei due di provocare emozioni a lenta combustione. Non è certo un disco di facile assimilazione, dall’umore nero-pece ma non per questo privo di grande respiro ed atmosfera, insieme all’EP che racchiude un altro trittico di assoluto rilievo (Creep, Fall around, You are there). Inoltre ha il merito di rivelare la grande personalità di Martin, che oltre ad essere eccellente songwriter si fa notare come cantante dall’estensione non indifferente e dal timbro caldo e magnetico. Insieme ai due gregari Zimmitti (batteria) e Smith (chitarra) fanno il tour americano con i RHP e poi sbarcano in Inghilterra, questa volta con i Sundial.
Evidentemente succede qualcosa che fa perdere il controllo a Barry e lo fa ricadere nel cunicolo dell’eroina, così nel 1994 Martin si ritrova da solo ma tutt’altro che sfiduciato e presto pronto a registrare il seguito, col supporto del solo batterista Lewis. This way out segna un pizzico di normalizzazione rispetto al precedente, e non soltanto per l’assenza della chitarra sanguinolenta di Barry. Martin è ben lungi dall’aver trovato un equilibrio esistenziale, ma a differenza del debutto qui riversa le sue arie autunnali con un piglio più posato, meno votato all’abbandono e a tratti quasi grintoso. Anche lo stile vocale ne risente; c’è meno declamazione, si nota un indolenza quasi pigra, alla J Mascis. In qualche frangente del disco, infatti, sembra quasi di trovarsi al cospetto di una versione sofisticata dei migliori Dinosaur Jr. Le composizioni, però, restano sempre di grande fattura; i breaks introspettivi delle due splendide apripista, Drop off e Drive it, sono soltanto l’inizio. Martin modera l’utilizzo del feedback e se ne appropria con abilità, dosandolo con saggezza. Le ballads Weird wood e Still fungono da contorno per il miglior pezzo del disco, la fragorosa e trascinante Fuel, un po’ il manifesto dei nuovi Idaho: umori autunnali, spleen a rilascio controllato e progressioni di grande effetto. La contemplativa Sweep ha anche il merito di far rispolverare all’autore quel pianoforte accantonato da chissà quanto tempo. Verso la fine arrivano altre forti emozioni. Lo slow-core galattico di Taken che confluisce direttamente nel balzello indie di Crawling out. Forever infine chiude in perfetto stile Year after Year, rabbrividente promessa di eternità alla moviola, con una valanga di feedback che al termine sommerge tutto.
Nel frattempo Martin costruisce attorno a sé un trio composto dallo stesso Lewis, Borden al basso e Seta alla chitarra solista, un acquisto importante in quanto resterà il suo collaboratore più duraturo di sempre, e porta in giro This way out per tutto il Nord America per tutto l’inverno '94-95. La riuscita di pezzi forti e compatti come Fuel e Drive it lo spinge a persistere su quel modello di contrasti sonori. Si prende una licenza dalla Caroline e fa uscire il Bayonet EP per l’indie Fingerpaint, minuscola etichetta di L.A. La fuzzatissima e mascisiana The worm poteva anche diventare un hit minore, avesse avuto un’esposizione maggiore. Sliding past e Losing light perpetrano l’introspezione che esplode in schegge di feedback, con particolare attenzione per la seconda, una meraviglia commovente.
A febbraio 1996 esce Three sheets to the wind, album che rappresenta l’equazione perfetta fra accessibilità, cantautorato e indie-rock d’atmosfera. Visto il ritmo incessante di tour che gli Idaho stavano mantenendo e la promozione che quantomeno la Caroline si stava sforzando di garantire loro (ricordo che trovai l’album nel comunissimo reparto dischi di un anonimo centro commerciale), un minimo di riconoscimento se lo sarebbero meritato, anche perché il disco è bellissimo e variegato. Catapult e Pomegranate bleeding, (quest’ultima anche su singolo con The right escape, inspiegabilmente relegata a b-side) mostrano il lato quasi grunge del quartetto, dal fragore melodico ed emotivo. Martin spartisce la firma con i compagni per una buona metà del disco; sul fronte tranquillo si trovano le pepite del disco, come le pigre atmosfere autunnali di Stare at the sky, gli intricati arpeggi chitarristici di No one’s watching e i vorticosi delays di Get you back. Con Alive again Martin rispolvera il vecchio pianoforte per una delicatissima ballad.
Il tour si protrae per otto mesi, fino alla fine di agosto. Evidentemente la Caroline non è soddisfatta e li scarica. Martin lascia liberi Burden e Lewis ma mantiene attivo il sodalizio con Seta, stringe accordo con la piccola indie Buzz ed insieme nel marzo del 1997 pubblicano il mini The Forbidden, con 5 pezzi che calcano sulla vena più rilassata ed indolente dell’Idaho-sound, con le gradevolissime Hold everything e Golden seal, ma con l’eccezione della magnifica Bass crawl, una mistica escursione nel gorgo slow-core dei primi dischi.
L’album che esce l’anno successivo si chiama Alas e si compiace del contributo di un paio di ospiti di rilievo come il batterista di Beck, Waronker, nonché dei vocalizzi sparsi della Auf Der Mar, ex-Hole e in quel periodo bassista negli Smashing Pumpkins. Si tratta comunque di un disco che non aggiunge molto a quanto detto fino ad allora da Martin, forse per un eccessivo indugiare su temi classicamente autunnali ed indolenti senza grosse variazioni, comunque contenente un paio di perle come Run but you ran e Yesterday’s unwinding. Al posto del solito lungo tour, si esibiscono solo per una manciata di date in California in Agosto, dopodichè Martin si prende una pausa di riflessione. E’ proprio questo il momento cruciale; come da egli stesso raccontato in un’intervista, alla fine del 1998, sfiduciato dall’industria musicale, dall’immeritata mancanza di diffusione della sua musica e forse anche da un Alas che lo vede in difetto di ispirazione, decide che è ora di trovarsi un lavoro e lasciar perdere la musica da professionista.
Per fortuna, non resterà della stessa idea per molto e addirittura decide di fondare una propria etichetta, Idahomusic, che inaugura i battenti licenziando un precario documento live tratto dal tour del 1993, intitolato People like us should be stopped. Nonostante le registrazioni siano alquanto grezze, si tratta di un reperto preziosissimo per gli amanti dei primissimi Idaho, un live grondante sangue e stordente di feedback iper-amplificati.
Ed è un Martin in forma ritrovata per Hearts of palm, nuovo album del 2000, ancora in collaborazione con Dan Seta che co-firma una metà circa del materiale. A partire dalla caracollante To be the one, destinata a diventare una favorita live in futuro, è una conferma del talento compositivo del leader che realizza alcune gemme di assoluto valore come l’insistente cantilena della title-track, la discreta e sinuosa Down in waves, la meditabonda Happy times, la nervosa ballad elettrica Alta dena, e il lungo ambientale di Under. Il tour che parte in estate vede gli Idaho approdare per la prima volta in Europa, con alcune date in Novembre in Germania, Francia e Svizzera.
Tempo neanche un anno e si materializza un altro album, Levitate. Seta non fa più parte del progetto, cosicché da quel momento in poi Idaho diventa a tutti gli effetti una one-man band. Il disco parte in quarta con le frizzantissime Wondering the fields e 20 Years, ma sulla lunga distanza si rivela tener fede al titolo che porta, diventando in pratica una nebulosa semi-ambientale. Martin imposta quasi la globalità delle composizioni sul piano, realizzando deliziosi quadretti quasi accademici in Orange, Come back home e Levitate.
Il 2002 è un anno ricco di soddisfazioni per tre validi motivi. Innanzitutto la Idahomusic licenzia l’antologia We were young and needed the money, che raccoglie 10 anni di out-takes ed inediti per un totale di ben 17 titoli. Nonostante gli input siano eterogenei e ovviamente frutti di epoche diverse, in essa trovano posto pezzi che fanno interrogare seriamente sul mistero per cui non siano state pubblicate sugli album di riferimento del periodo. L’irresistibile pigrizia di This day col suo assolo di basso legnoso, la furia dirompente ed allucinata di Flat Top (sicuramente il pezzo più aggressivo di tutta la carriera), l’enfasi trascinante della splendida Shoulder Back, la nubi rabbiose e lancinanti di Straw Dogs. Nel finale, oltretutto ci sono ben tre scarti da Year after year, tranquillamente nella media di ciò che era già noto. L’ipnotica spirale di Traces, il disincanto di Carefully turning e soprattutto la magniloquente Drown, una delle migliori tracce degli Idaho in assoluto, con un Martin da brividi alla voce nel finale. Ed è proprio l’altro protagonista di quella breve stagione, John Berry, a fare un’inattesa ricomparsa nella formazione live che viaggia durante l’anno, nella prima parte lungo gli Stati Uniti e in autunno in Europa, per una ventina di date. In Novembre Idaho mette piede per la prima volta in Italia, a Verona e Milano. Insieme ai due, c’è un batterista innominato di gran talento (immagino di formazione jazzistica) che impreziosisce il set senza far neanche rimpiangere l’assenza del basso.
A dimostrazione degli ottimi risultati raggiunti dal trio, è stato diffuso in rete un documento molto importante, ovvero la registrazione da soundboard dell’esibizione tedesca del 05 Ottobre a Munster, in cui trovano posto 5 inediti di eccellente qualità, destinati fra l’altro a restare nel repertorio live-only. Sintetizzando quanto riportato nel post, ribadisco che si tratta di un grande concerto non soltanto per le perle sconosciute, ma anche per la grande prestazione di Martin, il contributo graffiante e mai invasivo di Berry e la prova di classe offerta dal batterista. Alla luce di tutto questo e vista la precarietà del People like us, a mio avviso il Live in Gleis si potrebbe idealmente aggiungere alla discografia come il disco dal vivo ideale di Idaho.
I due anni successivi scorrono praticamente inattivi, con Martin che ottiene l’ingaggio come compositore di colonna sonora di una serie televisiva della ABC, Days, e al lavoro per un nuovo disco. Ma sembra che abbia stipulato un legame molto forte con l’Europa, tant’è che l’indie label tedesca Kalinkaland mette sul mercato un antologia, intitolata Vieux Carrè, che di fatto a parte la Rope che compariva in una compilation, raccoglie pezzi già editi. Trattasi di un preparativo quasi ad hoc per il tour che vede gli Idaho tornare nel vecchio continente nelle prime due decadi di Dicembre 2004, e che per la mia gioia tocca addirittura la mia città, presso il glorioso (R.I.P.) circolo Ex-Machina. Così ho modo di conoscere Martin e Barry di persona e conversare qualche minuto con loro, persone squisite e affabili com’era facile prevedere.
Un live per pochissimi intimi, se non ricordo male eravamo neanche una trentina ad assistere. Il batterista innominato non c’era più (e captavo una vena polemica in Martin nel dichiarare aveva di meglio da fare), al suo posto una fredda drum-machine che un po’ penalizzava la grande suggestione di un set che, oltre agli inediti del 2002, svariava sul repertorio dal 1996 al momento e anticipava quasi di un anno qualche estratto di The Lone Gunman, a tutt’oggi ultima fatica. Che conferma la tendenza al pianismo raffinato ed emotivo di Martin, con la totalità dei ritmi digitali, innesti elettronici ed atmosfere generalmente soffuse, come ben introdotto dall’intro immaginifica di The orange cliffs ed Echelon. Un liquido Rhodes costituisce la spina dorsale di ballads notturne come The mystery e la bellissima Live today again, quest’ultima promossa anche con un videoclip alquanto suggestivo. E’ un disco ispiratissimo, con Have to be, U got that gunman thang (ripresa da Days), Wet work, The days of patrol, brevi e delicati affreschi di cantautorato ambientale che curiosamente si avvicina alle deliziose raccolte di Keith Kenniff aka Helios. Come già scrissi tempo fa, una collaborazione fra i due sarebbe una gran bella cosa.

Da allora le attività si sono rarefatte all’inverosimile per Martin. Nel maggio 2006 vola per una comparsata di tre date in Spagna, per poi tornare massicciamente nel febbraio 2008, mese in cui praticamente si esibisce ogni sera per tutta l’Europa centrale, Italia compresa. Per il Maggio prossimo è prevista, con un ritardo di oltre un anno dalle intenzioni iniziali, l’uscita di Revoluta. Vista la lunghissima gestazione, mi aspetto un'altra bella prova da parte di un artista ingiustamente sconosciuto a tutti.
Discografia
Year after year (1993) 8
This way out (1994) 7,5
Three sheets to the wind (1996) 7,5
Alas (1998) 6,5
Hearts of Palm (2000) 7,5
Levitate (2001) 7
The Lone Gunman (2005) 7,5
Live
People like us should be stopped (2000) 7
Live in Gleis 22, Munster (2002 - Bootleg) 8
Antologie
We were young and needed the money (2002) 7,5
Vieux Carrè (2004) 7
Siti di riferimento
Idahomusic
Sliding Past
Jeff Martin

Le Luci Della Centrale Elettrica - Live in Bronson, 22-01
(immagine di repertorio)Un bel pienone al Bronson, sabato scorso, per il live di Vasco Brondi. Una data-snodo abbastanza importante per l'economia del locale, che continua ad essere IL posto della musica indie-alternative (per dirla alla vecchia maniera) dal vivo in Romagna.
Innanzitutto, la formazione. Canali ha lasciato il ragazzo libero dopo aver compiuto la sua missione di pigmalione, e sul palco sono in 4. C'è un batterista/percussionista/effettista che suona in piedi (ero un po' lontano dal palco e non ho potuto verificare se avesse dei pad o pelli reali) ed interviene a rinforzare i momenti per così dire topici, c'è un chitarrista elettrico di rinforzo spinale ma che resta abbastanza discreto, e soprattutto c'è un fantastico D'Erasmo al violino. L'Afterhours catalizza le attenzioni strumentali in lungo ed in largo, col suo stile creativo ed istrionico, che non è fatto certo di virtuosismi ma di ricerca sonora e sottolineature intelligentissime. Un ruolo, per restare in tema di gruppi visti di recente, simile a quello di Pilìa nei Massimo Volume. Ricordo in particolare un lungo drone distorto, al termine di ahimè non ricordo quale pezzo, da far venire i brividi alla schiena, in quel particolare contesto.
Brondi appare in ottima forma, modesto ed essenziale, al vertice arretrato del semitondo con cui si dispone il quartetto. Scorre tutto Per ora noi la chiameremo felicità, ed ovviamente una buona metà di Spiaggia deturpata. L'impianto strumentale punteggia le sue canzoni con sapienza, il ruggito è impeccabile e il trasporto emotivo come da copione.
Quindi? Oddio, mi sento antipatico da solo al pensiero tendenzioso che mi assale. Intendiamoci, io sono uno di quelli che è rimasto folgorato all'ascolto del famoso Demo del 2007, e sto apprezzando tanto anche il nuovo. Lo trovo autentico cantore dei giorni nostri, e come lessi in un blog tempo fa, sarebbe stato un sogno meraviglioso vederlo ospite in Vieni via con me di Saviano, al posto di uno qualsiasi di tutti quei vecchi tromboni che hanno invitato.
Ma trovo che Vasco a questo punto debba cercare di re-inventarsi un po' musicalmente, perchè la sua formula con un terzo album di questo genere potrebbe mostrare la corda, e temo che finirei solo per leggere le parole e disinteressarmi di quelle scarne canzoni sempre preziose ma troppo simili a sè stesse con quegli accordi minori, che neanche un supporto valido come l'attuale può evitare di far scadere nel ripetitivo.
Pretenderei troppo?
Innanzitutto, la formazione. Canali ha lasciato il ragazzo libero dopo aver compiuto la sua missione di pigmalione, e sul palco sono in 4. C'è un batterista/percussionista/effettista che suona in piedi (ero un po' lontano dal palco e non ho potuto verificare se avesse dei pad o pelli reali) ed interviene a rinforzare i momenti per così dire topici, c'è un chitarrista elettrico di rinforzo spinale ma che resta abbastanza discreto, e soprattutto c'è un fantastico D'Erasmo al violino. L'Afterhours catalizza le attenzioni strumentali in lungo ed in largo, col suo stile creativo ed istrionico, che non è fatto certo di virtuosismi ma di ricerca sonora e sottolineature intelligentissime. Un ruolo, per restare in tema di gruppi visti di recente, simile a quello di Pilìa nei Massimo Volume. Ricordo in particolare un lungo drone distorto, al termine di ahimè non ricordo quale pezzo, da far venire i brividi alla schiena, in quel particolare contesto.
Brondi appare in ottima forma, modesto ed essenziale, al vertice arretrato del semitondo con cui si dispone il quartetto. Scorre tutto Per ora noi la chiameremo felicità, ed ovviamente una buona metà di Spiaggia deturpata. L'impianto strumentale punteggia le sue canzoni con sapienza, il ruggito è impeccabile e il trasporto emotivo come da copione.
Quindi? Oddio, mi sento antipatico da solo al pensiero tendenzioso che mi assale. Intendiamoci, io sono uno di quelli che è rimasto folgorato all'ascolto del famoso Demo del 2007, e sto apprezzando tanto anche il nuovo. Lo trovo autentico cantore dei giorni nostri, e come lessi in un blog tempo fa, sarebbe stato un sogno meraviglioso vederlo ospite in Vieni via con me di Saviano, al posto di uno qualsiasi di tutti quei vecchi tromboni che hanno invitato.
Ma trovo che Vasco a questo punto debba cercare di re-inventarsi un po' musicalmente, perchè la sua formula con un terzo album di questo genere potrebbe mostrare la corda, e temo che finirei solo per leggere le parole e disinteressarmi di quelle scarne canzoni sempre preziose ma troppo simili a sè stesse con quegli accordi minori, che neanche un supporto valido come l'attuale può evitare di far scadere nel ripetitivo.
Pretenderei troppo?
Mogwai - Hardcore will never die, but you will
Ed io ancora lì, a sperarci, fiducioso.Ogni 2-3 anni i Mogwai tornano e confido in una rinascita, in un colpo di classe che cancelli i passi falsi precedenti. Perchè a mio avviso il sentiero discendente è stato imboccato inesorabilmente, a partire da Happy songs for happy people che già denotava qualche segno di stanchezza, giusto riscattato da alcune gemme indimenticabili.
Se Mr. Beast già faceva storcere un po' il naso, The hawk is howling mi aveva a dir poco orripilato. Ed ora Hardcore, disponibile da una settimana. Mah.
Il mese scorso c'era stato l'antipasto di Rano Pano e pensavo, siamo alle solite. Con quei chitarroni muscolari, quelle ritmiche così squadrate e piene, scomparso anche il buongusto di Burns che cade in banali frasi di synth. Dove sono finiti i miei idoli? Ma sono ancora loro?
Amaro il destino di chi parte subito in quarta e sconvolge con capolavori capisaldi di un genere intero. Ricordo pochissimi shock nella mia vita eguali a Young team, rare conferme come Come on die young. In me li difendevo anche quando venivano discussi con Rock Action e My father my king. Ad andar bene quelli che dubitavano allora, sono quelli che adesso li osannano.
In sostanza Hardcore è un altra cocente delusione. La classe non basta più. Non c'è più il senso di avventura, la voglia di sorprendere o di estremizzare. Ovvio che non si pretendesse da loro di eguagliare gli highlights degli inizi, ma neanche di scavare sotto il barile. San Pedro e George square thatcher death part, tanto per partire dai peggiori, sono imbarazzanti balzelli di neo-new-wave. Voglio dire, già gli ultimi Interpol sono alquanto pessimi, non abbiamo bisogno certo che i Mogwai ne facciano una parodia. Oltretutto quando Braithwaite attiva il vocoder non c'è tanto da ridere: Mexican Grand Prix inizia come un qualsiasi pezzo degli Stereolab e finisce su lidi Trans Am di mezzo, senza avere nè il genuino candore dei primi nè l'autoironia dissacrante dei secondi.
Un grosso problema è la latente autoindulgenza che sembra permeare i 5 dall'inizio alla fine, anche quando cercano di stabilire un contatto con i migliori episodi degli ultimi anni. La solennità plastificata di White Noise, il minimale girare a vuoto di How to be a werewolf, la zavorra tronfia di You're Lionel Richie, è tutto un immane buco nell'acqua.
Alla fine, purtroppo, sono solo un paio i pezzi che si salvano. Il crescendo sinfonico di Too raging to cheers perlomeno tiene desta l'attenzione. E soprattutto la bella Letters to the metro, tenue e delicata contemplazione autunnale. Chissà perchè, è anche quella più modesta strumentalmente, in cui non cercano di strafare.
Hardcore non m'impedirà comunque di andarli a vedere live, per la mia prima volta, all'Estragon in Marzo. Confidando di sentire almeno qualche inno del passato.
Kraftwerk - Autobahn (1974)
Leggendo una delle recenti traduzioni in italiano di Lester Bangs, mi sono imbattuto in una sagace intervista a Hutter & Schneider in cui il giornalista da un lato li prendeva sul serio con domande ben poste e perchè no, sensate, mentre nelle sue riflessioni personali li osservava quasi con scherno e diffidenza. Era comprensibile che lo spirito guascone e genuinamente spericolato di Bangs andasse a cozzare senza remore sul muro di rigore e inflessibilità dei teutonici, ma nonostante tutto, grazie anche ad una possibile sobrietà del momento, l'intervista fu appassionata ed interessantissima.Ora, credo che diversi milioni di persone abbiano sentito il refrain principale di Autobahn, che aprì ai Kraftwerk le porte della popolarità persino oltre oceano. Vuoi frutto della novità che gli ancor giovani sintetizzatori portavano alla musica, vuoi risultato di un azzeccato ed accessibile motivo melodico, vuoi metafora della modernizzazione che gli anni '70 portavano in dote, forse la somma di tutti e tre. Fattosta che la stagione gloriosissima della musica tedesca di quegli anni si meritava un po' di visibilità, vista l'azione innovativa che diversi agitatori stavano diffondendo in rapida successione. Mentre Can, Neu!, Faust, Tangerine Dream, Popol Vuh ed altri rivoluzionavano e creavano avanguardie di diverse fatture, i Kraftwerk cercavano una loro identità, non senza fatica.
Una volta tanto sfato il mio mito personale che generalmente smonta i prodotti più commerciali nella fase di un artista. I dischi precedenti ad Autobahn non erano malvagi, ma risentivano di indecisione e scarsa omogeneità. La title-track, lunga quasi 23 minuti, giunse pertanto come un ancora di salvataggio, specialmente in senso artistico. Una progressione irresistibile di tastiere elettroniche, beat digitale e voci disincantate (non proprio eccelse ma perfette nel contesto) occupa i primi 4 minuti. Seguono poi in successione le diverse fasi della suite: una "naturistica" con chitarrine, violoncello, flautino, un'involuzione meccanica tetra e minacciosa, una mistica corale, una solenne con il celebre motorik sotto (non bisogna dimenticare che qualche anno prima i Neu! avevano fatto parte della formazione!), tutte contrassegnate dal comune denominatore del ritornello che fa capolino, sornione e smaliziato.
L'altra facciata del vinile vive di fasi alterne. Kometenmelodie 1 è una scura divagazione senza meta, mentre la 2 torna alla luminosità di Autobahn con un insistente incastro di tastierine. Mitternacht è la loro ambientazione cavernosa, fatta di scansioni percussive glaciali, tetri organi a canne e geyser intermittenti.
Un cinguettio elettronico (!) segna l'inizio dell'altro vertice del disco, la pastorale ed umanissima Morgenspaziergang. Si esce dalla centrale elettrica, si spengono le luci perchè è l'alba. Prima un flautino, poi un arpa, infine chitarrine e piano intonano un giro rilassante e contemplativo, fino al fading out che lascia sazi e contenti di questo disco multi-atmosferico.
Da allora Hutter & Schneider replicheranno più volte quel successo con altri hits del genere, ma i loro standard si abbasseranno progressivamente. Per cui, ritengo che Autobahn sia il loro miglior disco in quanto media equilibratissima fra scarse velleità avanguardistico/sperimentali e ottime potenzialità compositive / pop.
Arab Strap - Dieci anni di turbolenze
Anzi, diec'anni di lacrime, come vergava l’antologia terminale che li conduceva a fine corsa nel 2006. E di meraviglie, aggiungerei, ovviamente a mio arbitrario parere. In un Blow Up recente, alle prese con le ristampe deluxe dei primi due album del duo scozzese, il recensore di turno li ha definiti brillantemente gruppo formula che quando finisce butta via lo stampo, ad oggettiva conferma del fatto che la loro peculiarità resterà per sempre inesorabilmente inimitabile.
Circostanze stellari. In quella terra di mezzo che è la provincia di Falkirk nel 1995 si incrociano i destini di due ragazzi poco più che ventenni, si narra interessati alla stessa ragazza e quindi non proprio in procinto di stringere amicizia. Aidan Moffat e Malcolm Middleton invece finiscono per trovare delle similitudini musicali ed iniziano ad unire le forze. O le debolezze, a seconda dei punti di vista; Arab Strap, a causa dell'esclusività, è sempre stata un’entità che si ama o si odia. Ai tempi in cui il gruppo era attivo usavo frequentare il forum ufficiale, i cui utenti denotavano una maniacalità a dir poco parossistica, fino al punto di scrivere in scozzese stretto, alla stregua dello stesso Moffat. La stampa italiana invece è sempre restata nel mezzo, tiepida, appena interessata, forse incapace di coglierne l’essenza pur gradendone l’originalità e la schiettezza.
Dicevo delle debolezze; tecnicamente cos’avevano i due da offrire? Poco o nulla. Moffat era tutto fuorché un vocalist, stonato, pigro e strascicato dagli ettolitri di birra ingeriti. Middleton era un chitarrista incapace di fare gli accordi barrè. Le premesse insomma non erano proprio esaltanti ma come spesso accade, chi possiede grande tecnica non ha creatività e viceversa. Se il secondo aveva un passato amatoriale a base di punk e metal, il primo era già in pista da un paio d’anni nei Bay, un altro duo in cui era batterista e comprimario del cantautore Jason Taylor. Nel loro carniere un paio di dischi oscuri di distribuzione pressoché locale, Alison Rae e Happy being different, contrassegnati da uno slow-core influenzato pesantemente da Codeine e Red House Painters. Nel booklet di Alison Rae Moffat appare in una forma fisica che non gli apparterrà più, magro, sbarbato e con un imbarazzante caschetto stile brit-pop-shoegaze, alle prese con le presunte avances di una donzella...
C’è bisogno di far carburare in fretta la scintilla che scatta col rosso Middleton. Inizialmente le attività dei due si sviluppano sugli arpeggi incerti di uno, sui ritmi pigri e sul recitato indolente dell’altro, in una specie di post-folk sbilenco aperto a distorsioni improvvise. Vengono assemblati due demos; il primo, ad ascoltarlo oggi, è tutto fuorché entusiasmante. Il secondo invece denota già una certa crescita e viene spedito alla Chemikal Underground, i proprietari fiutano bene e capiscono di avere a che fare con un oggetto misterioso, cosicché l’ingaggio è presto fatto. Nel settembre del 1996 quindi si materializza il primo singolo The first big weekend, che ottiene fin da subito una notevole attenzione a livello indipendente. Trattasi di un techno-folk alquanto spiazzante, in cui un azzeccato giro acustico di Middleton viene supportato da un beat digitale da rave-party. Così il racconto di un pomeriggio di estate in cui la nazionale di calcio scozzese viene sconfitta agli Europei di calcio diventa un pretesto per Moffat per iniziare a spartire col mondo il suo lirismo cinico, iperrealista e crudamente auto-confidenziale.
Tempo un mese ed è il momento del debutto lungo, con The week never starts round here, che vede i due ancora un po’ indecisi sullo stile da sviluppare, sebbene si noti già la peculiarità del progetto e l‘impossibilità di inquadrarlo in un genere preconfezionato. Nonostante i mezzi a disposizione siano aumentati, decidono comunque di restare intensamente lo-fi, senza quasi nessun contributo esterno. Coming down, il pezzo d’apertura, potrebbe far pensare a degli Slint in versione agreste e soporifera, con le chitarre e il basso di Middleton ad inseguire armonici scoperti, così come la lunga Deeper. Quando agiscono da trio a tutti gli effetti, confezionano scure divagazioni di spleen che ben poco hanno da spartire con il singolo che li aveva rivelati, come la stentorea Gourmet (cantata dal chitarrista), e la scampanellata di Kate Moss. Quando invece scarnificano gli arrangiamenti all’osso, si fa sentire l’influenza di Bill Callahan e Will Oldham, specie nel country di I work in a saloon, nella perdizione di Wasting, e nella rabbrividente Blood. Sembrano più scherzi che altro la lista di General plea to a girlfriend e il country-punk di Little girls, che finiscono più per denotare quell’incertezza sopra-citata che per contribuire alla resa finale. I pezzi che meritano il maggior risalto finiscono per essere The clearing, altro arpeggio minimalista questa volta sostenuto dai rimbombi di una batteria riverberata oltre misura, e l’accorato appello di Phone me tonight, per beatbox, violino gracchiante ed effetti. E’ proprio in questi ultimi due che la scrittura di Moffat accresce la propria rilevanza, con lo scoperchiamento di un mondo fatto di noia giovanile, birra, droghe, ragazze e i loro ragionamenti incomprensibili, di verità sbattute in faccia e di romanticismo mai banale.
Ingaggiano una sezione ritmica, il bassista Gary Miller e il bravissimo batterista David Gow, per suonare dal vivo. L’intento è quello di spiazzare, e dal vivo gli Arab Strap sembrano il contrario dei timidi introspettivi in studio. Nella ristampa deluxe di The week… viene inclusa la registrazione del primo concerto in assoluto in un club di Glasgow, che mostra un gruppo energico ed aggressivo. La loro tendenza a stravolgere le versioni di studio resterà una costante negli anni anche quando guadagneranno la discreta fama. Nel 1997 l’attività prosegue con 3 singoli: 1) The smell of outdoor cooking, pseudo-raga per acustica e organetto, abbinata al fragore noise di Themetune e la solitaria, nervosa middletoniana Blackstar. 2) The girls of summer, che diventerà una preferita live, nuova elucubrazione post-slintiana con progressione rumorosa, completato dalla festaiola Hey fever che segna una collaborazione con i Belle And Sebastian. 3) Il triplo remix di The clearing, con in evidenza la splendida versione cyber-dub di The Hungry Lions e quella trip-hop di Hanlow & Hilditch. Inoltre, in marzo hanno l’onore della prima chiamata di John Peel, alla cui session il quartetto live viene allargato a sestetto con i due tastieristi dei Belle And Sebastian. Eseguono una versione elettrico-frenetica di The smell of outdoor coking, le inedite Soaps e I Saw you, e l’hit single ribattezzato The first big peel thing per l’occasione, umanizzata dalla batteria di Gow e dalle coloriture di piano e organo.
Il tempo di smaltire le varie sbornie e i due tornano a lavorare sul secondo disco, che uscirà nella primavera del 1998 e dai più viene definito il loro capolavoro, Philophobia. Moffat abbandona sempre più la batteria in favore della drum-machine e si dedica alle tastiere, Middleton viene toccato da ispirazione divina. Lasciando perdere i celebri versi introduttivi di Packs of three, che hanno sviato tante orecchie distratte e così alimentato un luogo comune duro a morire, si tratta di una specie di concept in cui si dice il cantante racconti 13 storie dedicate a 13 sue ex-ragazze, una delle quali disegnata in copertina, nuda e a gambe incrociate. Ricordo che la prima volta che lessi le liriche pensai ad un paragone ingombrante che non ho mai abbandonato, cioè quello con il grande Charles Bukowski per la franchezza disarmante, le lunghe digressioni alcoliche, le depressioni cosmiche, gli assalti continui alle donne e le impennate di dolcezza infinita a smentire qualsiasi foggia di uomo duro che potesse fuorviare il lettore. Philophobia è una svolta decisiva: gli arrangiamenti sono ricchi, curatissimi e quasi barocchi, le songs omogenee e scorrono che è un piacere lubrico. Su tutte; la splendida Here we go, con fitta trama acustica, il tintinnio del piano e sequenza di abbandono totale. New birds, variante del tema Girls of summer ma dai risultati superiori. La commovente The night before the funeral, bossanova triste impreziosita da un delizioso assolo di tromba. L’evocativa melodia di Piglet, la scura Afterwards che vede la presenza della suadente vocalist Adele Bethel, l’atmosferica My favourite muse, il quadretto elegiaco di Islands (possibilmente il miglior testo di sempre di Moffat). In tutto il disco non c’è un momento in cui scade la qualità, e il contrasto fra la musicalità prevalentemente molto tranquilla e i testi di prevalente nichilismo crea un mix che grida al mondo l’unicità totale del duo, se ancora ce ne fosse stato bisogno.
Il successo di critica attira l’attenzione delle major, mentre nel frattempo Peel li chiama per una seconda sessions (momento topico la versione di The night before the funeral, con la chitarra distorta a sostituire la tromba originale), ed escono altri due singoli. Trippy, di supporto a Here we go, è la versione post-psichedelica di The first big weekend, dodici minuti avventurosi con tanto di fase techno-rave-party. Soaps, il pezzo più accessibile di Philophobia, ha il merito di includere due inediti di razza come Toy fights e Forest hills. Ma la Chemikal non può trattenerli a lungo e la Go! Beat, label di proprietà dei Portishead, se ne assicura le prestazioni. Non prima però, di congedarsi con un live stellare, Mad for Sadness, ascrivibile a best of della prima fase di carriera, su cui ho già indugiato nel mio blog.
Cosa si aspettassero le rispettive parti in termini di successo e/o vendita, non è dato di sapere. L’anno alla Go! Beat verrà ricordato come una parentesi poco entusiasmante dagli Arab Strap stessi, riconoscendo in parte l’errore di valutazione che poi poteva anche starci. Eppure i risultati artistici sono ancora a livelli straordinari. Qualcosa è cambiato nei due, al momento entrambi legati sentimentalmente e più sereni. Elephant Shoe è un modo di dire dei teenagers scozzesi sostitutivo di I love you, e ciò testimonia che dalla paura di amare Moffat è passato rapidamente all’altra sponda. Il fatto che ciò corrisponda ad un disco musicalmente più ostico e scarno di Philophobia, costituisce un altro contrasto stridente. Il battito digitale che apre Cherubs sembra quasi un cuore pesante che pulsa iperaccelerato. Middleton architetta tutto alla meraviglia come da tendenza, con gli intarsi chitarristici che si fanno sempre più arditi ed ipnotici (One four seven one, Leave the day free), Moffat inizia a sviluppare la sua sensibilità coi sampling e le tastiere minimali (le cascate di synth di Cherubs). E nello stesso modo in cui sbatteva la testa contro le donne fino all’anno prima, ora appare iper-protettivo e vicino alla sua donna anche nelle liti (la pastorale scurissima di Pyjamas). Insomma, non è un uomo tranquillo neppure nella stabilità, neanche nella solare mediterraneità della deliziosa Tanned, con assolo finale di tromba. Ma ci sono almeno 4 capolavori rimasti ineguagliati in Elephant Shoe. La decadenza soffusa di Autumnal, scandita da violoncello e pianoforte, e quella greve, a pieno regime strumentistico di Direction of strong man, il pezzo più loud, con le coloriture di organo e il finale in crescendo. E infine le ultime perle in scaletta, vincenti sul piano acustico-intimistico: Pro(your)-life, probabilmente la cosa più commovente che i due hanno fatto, in cui Moffat racconta dell’aborto della propria compagna,e lo fa incoraggiandola, proteggendola. Hello daylight, una delle trame più belle scritte da Middleton, un risveglio interrogativo sull’amore di tutti i giorni.
In Maggio arriva la terza ed ultima chiamata di John Peel, che a mio avviso è la migliore mai compiuta dai nostri: col supporto dei soliti Gow e Miller, e quindi di ritmica umana, i tre estratti dal disco nuovo assumono sembianze indefinibili, quasi da jazz fumoso alla moviola. Da non perdere la coda atmosferica di The drinking eye, l’elettrificazione di Pro(your)-life, i riverberi stratificati di Leave the day free. Con l’aggiunta di una cover shockante di Iggy Pop, pare suonata esclusivamente per l’occasione, Tiny girls, per piano e voce. E’ davvero spiazzante sentire Moffat biascicare con la sua flemma il famoso pezzo, ma ancor di più è l’entrata di Middleton che sfregia tutto orrendamente con un assolo dissonante…Come Peel stesso annunciava nelle presentazioni di rito (oltre a dichiararsi entusiasta e rapito), gli Arab Strap erano tornati a casa. Rescisso il contratto con la Go! Beat, venivano riaccolti all’ovile della Chemikal senza tante storie.
In Agosto del 2000 corono il mio sogno di vederli live ad Urbino, nella fantastica cornice della Fortezza Albornoz. L’attività concertistica fin dall’inizio aveva avuto pochissime pause, e resterà uno dei punti di forza artistici maggiori; avendo ascoltato parecchi bootleg, posso suffragare con certezza che erano soliti rivoluzionare le versioni in studio senza problemi.
Preceduto dall’atipico singolo Love Detective, un lounge poliziesco avvincente, nel 2001 esce il 4° album, The red thread. Una volta che il trademark è stato fissato, occorre mantenere lo standard e perché no, cercare di mantenersi su alti livelli. E i due, miracolosamente ci riescono e sfornano un lavoro tendenzialmente più ottimistico, non certo solare ma più aperto a situazioni melodiche a presa diretta. La delicatissima ballad d’apertura, Amor veneris, è poco più di un bozzetto elegiaco. Last orders e Scenery sono ritmate e con arrangiamenti ricchi, con una forma canzone ben definita. Moffat fa addirittura progressi con la modulazione del canto: l’iperbole sinfonica di Haunt me e l’atmo-disco di Turbulence non cercano tanto un consenso maggiore, ma finiscono per essere fra le cose più accessibili fino ad allora. Per chi preferisce ancora i lati oscuri, le perle sono ben selezionate: l’ipnosi bassistica di Infrared, il volo statico di Screaming in the trees. E soprattutto il meglio del lotto, ovvero il crescendo cosmico da pelle d’oca di The devil-tips e il mare tempestoso di The long sea.
L’attività live procede incessante in tutto il mondo, Australia compresa. Al ritorno a casa, i due staccano un attimo la spina e nel 2002 fanno uscire le prime puntate dei loro progetti personali. Middleton resta sul tradizionale con 5.14, Moffat si butta a pesce sulla macchina umanoide di Lucky Pierre. All’epoca non si pensava minimamente che tali prove fossero avvisaglie del futuro che li aspettava, ma in realtà segnavano un po’ la fine di un epoca, si sentiva il bisogno di qualche rinnovamento. I vecchi e fedeli compagni Miller e Gow abbandonano (il primo la musica del tutto, il secondo stava fondando i mediocri Sons And Daughters insieme alla Bethel) e vengono assoldate due ragazze fisse a violino e violoncello, Rieve e Sievewright. Segno eloquente che la propensione agli archi che era affiorata a tratti negli anni aveva bisogno di un impianto stabile. Monday at the Hug And Pint, che esce nella primavera del 2003, li vede pertanto protagonisti nella quasi totalità dei 13 pezzi in elenco. Una maggiore accessibilità ed eleganza caratterizza il suono generale: il primo singolo, The shy retirer, è una disco da camera ad alta velocità. L’altro, migliore Who named the days?, dolcissimo e soffuso pastorale. A parte la violenta ed epica Fucking little bastards, è un disco molto morbido in cui Moffat appare polemico, quasi sprezzante nei confronti della/e donna/e di turno, sempre più incapace di relazionarsi in modo diplomatico col mondo femminile, (apice la splendida Glue, la composizione migliore), ma non disdegna un tentativo romantico dei suoi (Serenade). Molto belle anche il valzer di Peep peep e la ballad pianistica di Middleton The week never starts round here. Peccato che altrove invece regni una stucchevolezza a tratti eccesiva, non tanto dovuta agli archi quanto ad un momento di ispirazione debole o comunque inadatta al crooning da poeta maledetto e alle tessiture del rosso. Di conseguenza, ritengo che Monday si possa inquadrare come il disco meno entusiasmante degli Arab Strap, tendenza confermata anche dal live a tiratura privata The cunted circus, che lascia pochissimo spazio al passato ed include due cover alquanto bizzarre (AC/DC e Van Halen), non propriamente entusiasmanti.
Evidentemente anche i due non restano molto convinti, anche se il pubblico che li apprezza è in continua espansione. Un altro live privato (Acoustic request show) li vede in solitudine, chitarra acustica e voce, ed è eloquente: i pezzi vengono scelti tramite sondaggio fra i fans, che privilegiano di gran lunga i primi due album, particolarmente Philophobia. Ma è evidente che i due hanno già la testa altrove e pubblicano, curiosamente sempre in contemporanea, la seconda puntata dei loro side project. Lucky Pierre con l’eccellente Touchpool, e Middleton con l’ottimo, più elettrico Into the woods.
Le coincidenze potrebbero far pensare al peggio, eppure i due hanno un colpo di reni, una scossa d’orgoglio e nel 2005 escono con The last romance, titolo programmatico che inizia a far preoccupare seriamente i fans su voci di scioglimento. Messi via gli archi, si tratta del disco più compatto ed asciutto che hanno mai realizzato, di breve durata (poco più di mezz’ora), e perché no, anche potente. Stink e No hope for us sono schegge furenti di spleen elettrificato senza tanti fronzoli. Non c’è più traccia di batterie elettroniche, e la mano di Middleton appare predominante in lungo e in largo, mentre Moffat è costantemente impegnato al canto, con i risultati migliori mai ottenuti. Gli highlights, oltre ai due titoli sopra, sono le rocciose Don’t ask me to dance, Speed-date, e l’atmosferica Dream sequence. E alla fine, ciò che sembra una sigla finale dal disorientante titolo There is no ending, sarabanda di fiati quasi pop. Escono in rapida successione ben tre singoli, e stupisce il fatto che alcune b-sides siano di assoluta eccellenza ed escluse dall’album, come la stupenda ballad The girl I loved before I fucked e la cupa Dead Air.
Nel febbraio 2006 il tour include Bologna e il set è improntato ovviamente su Last romance. Questa volta sul palco con i due ci sono un trio di giovani strumentisti, ineccepibili tecnicamente, specialmente il pianista. L’impressione di freddezza e sbrigatività però mi lascia un po’ interdetto, salvo poi ricredermi quando nel finale si concentrano sulle perle del passato. Poco tempo dopo l’annuncio diventa ufficiale, lo scioglimento è stato decretato. Un ultimo tour rifà il giro dell’Europa e a dicembre ritornano, sempre all’Estragon. La tristezza che mi attanaglia per la notizia viene mitigata da un bellissimo concerto, in cui appare chiaro che i due non si guardino in faccia neanche un momento. Mentre smontano il palco chiedo ad Aidan il perché della fine. Sconsolato, allarga le braccia, fa uno sguardo dispiaciuto e mormora That’s life!
In realtà il sito ufficiale (che curiosamente verrà bombardato e distrutto dagli spammers poco tempo dopo) fa chiarezza sul fatto che i due si dividono amichevolmente, consapevoli di aver portato l’esperienza ad una naturale conclusione e perché no, comunque aperti a future collaborazioni. La Chemikal sigilla il tutto con una compilation ai primi del 2006, Ten Years of Tears, eterogenea quanto destinata allo zoccolo duro di fans delusi. La cover è sarcastica: i due appaiono seduti ai lati di una stanza addobbata a festa, sguardi corrucciati e un cartello alle spalle che recita Enjoy your retirement. L’antologia è un accozzaglia di rarità, remix e ripescaggi in ordine puramente casuale, ma ha il merito di riportare alla luce alcuni episodi minori ma assolutamente di prestigio come Racket take your turn e To all a goodnight.
Fine delle trasmissioni, e della magia. I due prendono esclusivamente la loro strada solista, che purtroppo si rivela soltanto una discesa graduale nella mediocrità. Middleton negli ultimi 4 anni ha fatto uscire ben 3 album, uno più deludente dell’altro, contrassegnati da un cantautorato sterile e scontato. Dopo un altro episodio a nome Lucky Pierre, Moffat ha realizzato un disco spoken-word incomprensibile e ha varato A.M. & The best ofs, di fatto un duo con un giovane chitarrista. How to get heaven from Scotland, uscito l’anno scorso, è quasi imbarazzante nella sua pochezza stilistica. Segnali che in un certo senso fanno capire che è stato meglio così, lo scioglimento è avvenuto al momento giusto, i due hanno capito che il ciclo era chiuso e non sarebbe stato giusto imboccare il declino con quella sigla che li ha portati ad essere una stella di primissima grandezza del firmamento britannico a cavallo del millennio.
Però ci mancano. Come accennavo all’inizio, la Chemikal proprio quest’anno ha fatto uscire i primi due dischi in deluxe edition con aggiunte gustose, per chi magari si fosse perso la saga in tempo reale. Ed addirittura, in seconda battuta, rilascia un cofanetto limitato a 1000 copie intitolato Scenes of a sexual nature, mastodontica operazione che ripesca demos, EPs, inediti, Peel Sessions, a ruota libera. Queste operazioni nostalgiche contribuiscono ulteriormente ad alimentare il rimpianto di un grande gruppo alfiere e portabandiera dei sentimenti a 360°, venuto fuori dal nulla e con pochissimi mezzi a disposizione, ma stracolmo di idee e dalla cifra personale incalcolabile.
DISCOGRAFIA ALBUM
The week never starts round here (1996) 7/10
Philophobia (1998) 8,5/10
Elephant Shoe (1999) 8,5/10
The red thread (2001) 8/10
Monday at The Hug And Pint (2003) 6,5/10
The last romance (2005) 7/10
LIVE
Mad for sadness (1999) 8,5/10
The cunted circus (2003) 6,5/10
Acoustic request show (2004) 7/10
ANTOLOGIE
Singles (1998) 8/10
Ten years of tears (2006) 7/10
Scenes of a sexual nature (2010) 8/10
Island
We were lying in bed, staring at the moon, and I was wondering if I was supposed to be in love.
But we couldn't quite decide if the moon was full, but I thought, well, tonight it's full enough.
And this morning I was casually trying to sniff my fingers on the way back home.
I could smell you and I felt like a little boy.
Now we've been on these open seas far too long so take a breath, take my hand, there's land ahoy.
Pro-(your) life
Now you always say terminated,
I never hear you say aborted.
You just have to accept mistakes happen
And sometimes they have to be sorted.
You know I'd love it - a little us would be sweet.
But don't take that from your pro-life pal, she doesn't even eat meat.
It's as simple as this: the time's not right.
You need a new job and some sleep tonight.
The night before the funeral
The night before the funeral, I got some - I sneaked a young girl up the stairs and past my mum.
I took off her clothes and I played with her bits and she did the same but it took ages for me to come.
Too drunk and getting old...
It was a lovely show for a god I don't believe in.
I couldn't sing a single note at the service.
When they did "How Great Thou Art" all I could think of was my old l.p. of hymns by Elvis.
There's no such thing as sin...
I said to Laura, "I hope I know you forever and when I'm going, I'm going the Viking way. Lay me in a boat with my favourite things and set me on fire and send me on my way. Kick me out to sea..."
Here We Go
How am I supposed to walk you home when you're at least fifty feet ahead?
Cause you walked off in a huff and I'm that pissed I can't even remember what it was I said.
And I don't doubt you wouldn't touch him now, but let's face it, you always use to go for that kind.
And if you ever really wanted two men at once, all I'm saying is I better be one of the guys you've got in mind.
Here we go same time, same place.
I don't like the way you kiss his face.
It's not that there's no trust as such.
I'd love to make up but I've had to much.
Now you know fine well I'm staying, I've only ever carried out that threat once before.
And even then I coudn't get far and you're mum came and called me back before I'd even made it to the door.
Here we go same time, same place.
My embarassment versus your damp face.
We could down here or we could talk in bed.
But I'm afraid that's all, as I've already said.
We were lying in bed, staring at the moon, and I was wondering if I was supposed to be in love.
But we couldn't quite decide if the moon was full, but I thought, well, tonight it's full enough.
And this morning I was casually trying to sniff my fingers on the way back home.
I could smell you and I felt like a little boy.
Now we've been on these open seas far too long so take a breath, take my hand, there's land ahoy.
Pro-(your) life
Now you always say terminated,
I never hear you say aborted.
You just have to accept mistakes happen
And sometimes they have to be sorted.
You know I'd love it - a little us would be sweet.
But don't take that from your pro-life pal, she doesn't even eat meat.
It's as simple as this: the time's not right.
You need a new job and some sleep tonight.
The night before the funeral
The night before the funeral, I got some - I sneaked a young girl up the stairs and past my mum.
I took off her clothes and I played with her bits and she did the same but it took ages for me to come.
Too drunk and getting old...
It was a lovely show for a god I don't believe in.
I couldn't sing a single note at the service.
When they did "How Great Thou Art" all I could think of was my old l.p. of hymns by Elvis.
There's no such thing as sin...
I said to Laura, "I hope I know you forever and when I'm going, I'm going the Viking way. Lay me in a boat with my favourite things and set me on fire and send me on my way. Kick me out to sea..."
Here We Go
How am I supposed to walk you home when you're at least fifty feet ahead?
Cause you walked off in a huff and I'm that pissed I can't even remember what it was I said.
And I don't doubt you wouldn't touch him now, but let's face it, you always use to go for that kind.
And if you ever really wanted two men at once, all I'm saying is I better be one of the guys you've got in mind.
Here we go same time, same place.
I don't like the way you kiss his face.
It's not that there's no trust as such.
I'd love to make up but I've had to much.
Now you know fine well I'm staying, I've only ever carried out that threat once before.
And even then I coudn't get far and you're mum came and called me back before I'd even made it to the door.
Here we go same time, same place.
My embarassment versus your damp face.
We could down here or we could talk in bed.
But I'm afraid that's all, as I've already said.
